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02/07/2016

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Brioches sempre fresche

“…ma tu l’hai mai letta Etty Hillesum? No, in effetti non l’avevo mai letta. Al che lui al mio imbarazzo continua: be’, ti dico solo che ho chiamato mia figlia Etty.”

Mauro Covacich, La lettura, 5 giugno 2016

“…La vita è difficile ma non è grave: dobbiamo cominciare a prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà da sé. Una pace futura potrà essere veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso…”

“Le mie battaglie le combatto contro di me, contro i miei propri demoni: ma combattere in mezzo a migliaia di persone impaurite, contro fanatici furiosi e gelidi che vogliono la nostra fine, no, questo non è proprio il mio genere. Non ho paura, non so, mi sento così tranquilla. Mi sento in grado di sopportare il pezzo di storia che stiamo vivendo, senza soccombere. Mi sembra che si esageri nel temere per il proprio corpo. Lo spirito viene dimenticato. S’accartoccia, e avvizzisce in qualche angolino. Viviamo in un mondo sbagliato, senza dignità. Io non odio nessuno, non sono amareggiata: una volta che l’amore per tutti gli uomini comincia a svilupparsi in noi, diventa infinito.”

Etty Hillesum, Diari, Adelphi 2012

Non è poi così vero che si sia riusciti a trasformare il disordine iniziale in Cosmo, nel mondo ordinato. E’ tutto semplicemente complesso, d’accordo; spesso però l’abbiamo reso ancor più complicato.

La Storia è piena di semplificazioni che rendono le cose più incomprensibili. A volte per avvicinare il lettore ad un pensiero composito e difficile; altre per raccogliere in una sentenza o in un accadimento la vita e le opere di un autore. Spesso, sono solo fesserie, banalizzazioni o b***e totali scritte per imperizia o in mala fede. Capita però che quando chi scrive, sa scrivere, quella sentenza o quell’immagine, forse anche falsa, risulta più veritiera del Vero e la si accetta come tale. Ciò che voglio dire, tralasciando se verità o menzogna, quanto viene tramandato, ricordato, oppure detto o scritto anche ai nostri giorni assume importanza e veracità grazie alla perizia del narratore.

A prendere l’abbrivo per queste quattro frasi sono serviti un ottimo articolo di Mauro Covacich comparso su La Lettura del 5 giugno scorso - per come sia riuscito a disegnare, e con pochi tratti, una donna che stava gestendo un’azione discutibile - ed un cenno a Niccolò Tommaseo nell’Introduzione all’Epistolario di Giacomo Leopardi curato per Le Monnier da Prospero Viani.

E’ nota l’antipatia personale e l’incomprensione filosofico-letteraria, diremmo totale, tra Giacomo Leopardi e Niccolò Tommaseo: l’inevitabile scontro tra chi sostiene fiducioso il Progresso, la Religione, e chi ne discetta criticamente. Suscita però impressione leggere il suddetto Prospero Viani e consultare quindi per sincerarsi delle sue parole il Dizionario della lingua italiana, l’ottimo Tommaseo-Bellini, e leggervi un astioso commento, scritto apparentemente per meglio illustrare un verbo e, senza citare il nome Giacomo Leopardi, contro il Poeta:



“Procombere (T) V. n. Cadere dinnanzi o cadere per, dal lat. Pretto, l’adopra un verseggiatore moderno, che per la patria diceva di voler incontrare la morte: Procomberò. Non avend’egli dato saggio di saper neanco sostenere virilmente i dolori, la bravata appare non essere che rettorica pedanteria.”

La Storia è dunque piena di citazioni, frasi attribuite a personaggi notevoli, cattiverie gratuite, fatti veri o inventati ma divenuti tutti esempi di descrizione icastica per l’efficacia dell’immagine descritta e per la felice invenzione di un sagace scrittore; sentenze che vorrebbero racchiudere pensiero ed azioni nell’intento di semplificare, spiegare un uomo, banalizzando o dicendo menzogne, passate poi per verità acquisite. ”Il popolo non ha pane? Dategli delle brioches!” e Maria Antonietta, forse regina non all’altezza di tanta madre, è passata alla Storia per questa frase probabilmente mai pronunciata. E se ce la ricordassimo invece dignitosa e diritta mentre su un carretto viene condotta alla ghigliottina, come da schizzo del pittore Jacques-Louis David? ( Interessanti, a proposito, le lettere piene di saggi consigli inviate da Maria Teresa d’Austria alla figlia, sposa quindicenne dell’erede di Luigi XV ).

Il fine giustifica i mezzi rimane una semplice frase che non illustra, se non parzialmente, l’articolato, e questo sì, complesso da intendere, discorso di Machiavelli sul potere. Di Nerone, pochi ricordano che è stato anche un ottimo amministratore, mentre tutti lo si vede, potenza di Hollywood e degli scrittori di parte avversa, sempre e solo intento a suonare mentre Roma brucia; ma, chi racconta i vizi ed i vezzi degli imperatori romani, appunto, come quello scrittore sublime che è Tacito, per esempio ( anche Suetonio, però ), non è certo un partigiano dell’Impero e dei suoi stravolgimenti del Buon tempo antico. Anche se Nerone al momento era ad Anzio; vabbe’…

Catilina rimane un furfante, pur nella differenza di accezioni e motivi, grazie alle parole di Cicerone e Sallustio, nonostante le sue “richeste” ( cancellazione dei debiti a parte ) si avvicinino molto a quelle di altri personaggi notevoli; questi però ricordati come benefattori o politici lungimiranti. Lucrezio scrive il De rerum natura ed il testo è talmente pericoloso, soprattutto per una qualsivoglia religione acquisita che il Poeta, da un accenno di san Girolamo, non può che aver scritto tale opera perché impazzito grazie ad un filtro amoroso. Eppur si muove! Tiremm innanz! Vile, tu uccidi un uomo morto! Spostati che mi togli la luce del sole! Sancta simplicitas! Vae victis! In hoc signo vinces! Etc. Tutto ha un perché; è relativo a tempi, politica e necessità; quantificabile, a volte, in monete ( danaro o altro ), mentre la Verità sembra poi essere sempre e solo gratuita. Si assiste allora alla denigrazione del nemico, alla brutale semplificazione di un’idea; al cancellare con il racconto di un gesto, forse mai fatto, anni di buona amministrazione, condotta, etc. E, solitamente, stravolgendo completamente intenti, pensieri ed azioni; soprattutto se chi scrive, sa scrivere. Vuoi non trovare un peccato veniale in un ottimo politico? Enfatizza quello ed il politico scade!

Ho citato Covacich, come dicevo, perché, a parte la bellezza del pezzo, mi ha divertito come sia riuscito, con due frasi brevi brevi, a descrivere e coinvolgere il lettore in una personale, comprensibile antipatia.

Mauro Covacich dunque tratteggia uno splendido ritratto di Etty Hillesum, ebrea olandese morta ad Auschwitz nel 1943 ( E’ stato difficile, per me, scegliere tra i suoi scritti un pezzo da porre in esergo; un paragrafo che fosse esemplificativo del suo alto pensare ed agire: talmente ricchi, emozionanti e veri risultano, ad ogni pagina, i suoi Diario e Lettere! In Italia, a parte Adelphi, è possibile leggere i suoi contribuiti anche grazie all’Editore Apeiron), e lo scrive utilizzando anche i denti quali trait-d’union tra le sezioni che compongono il suo articolo: L’igienista propone allo scrittore lo sbiancamento dei denti; Covacich rifiuta ma inizia ad incontrare coetanei dai sorrisi smaglianti. Etty amava talmente la vita che dimenticava di curarsi le carie per non togliere spazio al suo amare, aiutare e vivere. E Covacich, che ha “incontrato” la Hillesum grazie ad un suo compagno di palestra ( cfr. citazione iniziale ), conduce una bella riflessione sul suo, nostro regredire egoistico in noi stessi rappresentato da tutto ciò che facciamo per migliorarci esteriormente ( palestra, alimentazione e tutto ciò che ne consegue ) trascurando l’anima e soprattutto chi ci circonda. Racconta dunque di Etty, la ragazza che “amava il gelsomino dietro casa” e scrive del filare di ontani di fronte alla sua casa romana. Una mattina un rumore lo sveglia. Guarda dalla finestra e vede molti di questi alberi che regalavano pace, aria e serenità, ridotti a scheletri senza arti. Scende in strada a protestare con gli operai addetti alla capitozzatura e questi gli indicano una signora, l’amministratrice del suo condominio. Discutono e la signora fa notare che la scelta di tagliarli è frutto di un accordo tra i condomini di Covacich, persuasi dall’idea di pagare meno la bolletta elettrica. Le proteste dello scrittore terminano con un sorriso vincitore dell’Amministratrice; ma, lo Scrittore, si vendica; e ci regala un ritratto impietoso della donna:

“…la responsabile, una donna sui quaranta abbondanti…

…Il Comune non può fare una cosa del genere, dico alla tizia…

…Non le sembra assurdo che un quartiere, concepito apposta con gli alberi lungo le vie, venga ridotto a una spianata proprio quando arriva l’estate? No, mi risponde lei e, sorridendo beffarda, scopre l’apparecchio.”

E Covacich conclude: ”Incontro sempre più quarantenni con l’apparecchio. Che idea ha della vita una persona che rinuncia a godersi gli anni buoni in vista di una vecchiaia coi denti diritti?... Spero solo che la piccola Etty crescendo si trascuri un po’.”

Dunque, a parte Covacich, il suo condivisibile disappunto, la Storia avrà sempre brioches fresche ogni giorno. Speriamo solo nella loro genuinità!

Ah, qualche volta con il Nerone di turno il tempo è davvero galantuomo: di Tommaseo pochi ricordano ( nel nostro caso, troppi astiosi conservanti in quel “dolcetto” del Dizionario ) ; mentre del "verseggiatore moderno" si seguita a scrivere, parlare e grazie ancora a lui, sognare.

DG

Brioches sempre fresche“…ma tu l’hai mai letta Etty Hillesum? No, in effetti non l’avevo mai letta. Al che lui al mio im...
02/07/2016

Brioches sempre fresche

“…ma tu l’hai mai letta Etty Hillesum? No, in effetti non l’avevo mai letta. Al che lui al mio imbarazzo continua: be’, ti dico solo che ho chiamato mia figlia Etty.”

Mauro Covacich, La lettura, 5 giugno 2016

“…La vita è difficile ma non è grave: dobbiamo cominciare a prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà da sé. Una pace futura potrà essere veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso…”

“Le mie battaglie le combatto contro di me, contro i miei propri demoni: ma combattere in mezzo a migliaia di persone impaurite, contro fanatici furiosi e gelidi che vogliono la nostra fine, no, questo non è proprio il mio genere. Non ho paura, non so, mi sento così tranquilla. Mi sento in grado di sopportare il pezzo di storia che stiamo vivendo, senza soccombere. Mi sembra che si esageri nel temere per il proprio corpo. Lo spirito viene dimenticato. S’accartoccia, e avvizzisce in qualche angolino. Viviamo in un mondo sbagliato, senza dignità. Io non odio nessuno, non sono amareggiata: una volta che l’amore per tutti gli uomini comincia a svilupparsi in noi, diventa infinito.”

Etty Hillesum, Diari, Adelphi 2012

Non è poi così vero che si sia riusciti a trasformare il disordine iniziale in Cosmo, nel mondo ordinato. E’ tutto semplicemente complesso, d’accordo; spesso però l’abbiamo reso ancor più complicato.

La Storia è piena di semplificazioni che rendono le cose più incomprensibili. A volte per avvicinare il lettore ad un pensiero composito e difficile; altre per raccogliere in una sentenza o in un accadimento la vita e le opere di un autore. Spesso, sono solo fesserie, banalizzazioni o b***e totali scritte per imperizia o in mala fede. Capita però che quando chi scrive, sa scrivere, quella sentenza o quell’immagine, forse anche falsa, risulta più veritiera del Vero e la si accetta come tale. Ciò che voglio dire, tralasciando se verità o menzogna, quanto viene tramandato, ricordato, oppure detto o scritto anche ai nostri giorni assume importanza e veracità grazie alla perizia del narratore.

A prendere l’abbrivo per queste quattro frasi sono serviti un ottimo articolo di Mauro Covacich comparso su La Lettura del 5 giugno scorso - per come sia riuscito a disegnare, e con pochi tratti, una donna che stava gestendo un’azione discutibile - ed un cenno a Niccolò Tommaseo nell’Introduzione all’Epistolario di Giacomo Leopardi curato per Le Monnier da Prospero Viani.

E’ nota l’antipatia personale e l’incomprensione filosofico-letteraria, diremmo totale, tra Giacomo Leopardi e Niccolò Tommaseo: l’inevitabile scontro tra chi sostiene fiducioso il Progresso, la Religione, e chi ne discetta criticamente. Suscita però impressione leggere il suddetto Prospero Viani e consultare quindi per sincerarsi delle sue parole il Dizionario della lingua italiana, l’ottimo Tommaseo-Bellini, e leggervi un astioso commento, scritto apparentemente per meglio illustrare un verbo e, senza citare il nome Giacomo Leopardi, contro il Poeta:



“Procombere (T) V. n. Cadere dinnanzi o cadere per, dal lat. Pretto, l’adopra un verseggiatore moderno, che per la patria diceva di voler incontrare la morte: Procomberò. Non avend’egli dato saggio di saper neanco sostenere virilmente i dolori, la bravata appare non essere che rettorica pedanteria.”

La Storia è dunque piena di citazioni, frasi attribuite a personaggi notevoli, cattiverie gratuite, fatti veri o inventati ma divenuti tutti esempi di descrizione icastica per l’efficacia dell’immagine descritta e per la felice invenzione di un sagace scrittore; sentenze che vorrebbero racchiudere pensiero ed azioni nell’intento di semplificare, spiegare un uomo, banalizzando o dicendo menzogne, passate poi per verità acquisite. ”Il popolo non ha pane? Dategli delle brioches!” e Maria Antonietta, forse regina non all’altezza di tanta madre, è passata alla Storia per questa frase probabilmente mai pronunciata. E se ce la ricordassimo invece dignitosa e diritta mentre su un carretto viene condotta alla ghigliottina, come da schizzo del pittore Jacques-Louis David? ( Interessanti, a proposito, le lettere piene di saggi consigli inviate da Maria Teresa d’Austria alla figlia, sposa quindicenne dell’erede di Luigi XV ).

Il fine giustifica i mezzi rimane una semplice frase che non illustra, se non parzialmente, l’articolato, e questo sì, complesso da intendere, discorso di Machiavelli sul potere. Di Nerone, pochi ricordano che è stato anche un ottimo amministratore, mentre tutti lo si vede, potenza di Hollywood e degli scrittori di parte avversa, sempre e solo intento a suonare mentre Roma brucia; ma, chi racconta i vizi ed i vezzi degli imperatori romani, appunto, come quello scrittore sublime che è Tacito, per esempio ( anche Suetonio, però ), non è certo un partigiano dell’Impero e dei suoi stravolgimenti del Buon tempo antico. Anche se Nerone al momento era ad Anzio; vabbe’…

Catilina rimane un furfante, pur nella differenza di accezioni e motivi, grazie alle parole di Cicerone e Sallustio, nonostante le sue “richeste” ( cancellazione dei debiti a parte ) si avvicinino molto a quelle di altri personaggi notevoli; questi però ricordati come benefattori o politici lungimiranti. Lucrezio scrive il De rerum natura ed il testo è talmente pericoloso, soprattutto per una qualsivoglia religione acquisita che il Poeta, da un accenno di san Girolamo, non può che aver scritto tale opera perché impazzito grazie ad un filtro amoroso. Eppur si muove! Tiremm innanz! Vile, tu uccidi un uomo morto! Spostati che mi togli la luce del sole! Sancta simplicitas! Vae victis! In hoc signo vinces! Etc. Tutto ha un perché; è relativo a tempi, politica e necessità; quantificabile, a volte, in monete ( danaro o altro ), mentre la Verità sembra poi essere sempre e solo gratuita. Si assiste allora alla denigrazione del nemico, alla brutale semplificazione di un’idea; al cancellare con il racconto di un gesto, forse mai fatto, anni di buona amministrazione, condotta, etc. E, solitamente, stravolgendo completamente intenti, pensieri ed azioni; soprattutto se chi scrive, sa scrivere. Vuoi non trovare un peccato veniale in un ottimo politico? Enfatizza quello ed il politico scade!

Ho citato Covacich, come dicevo, perché, a parte la bellezza del pezzo, mi ha divertito come sia riuscito, con due frasi brevi brevi, a descrivere e coinvolgere il lettore in una personale, comprensibile antipatia.

Mauro Covacich dunque tratteggia uno splendido ritratto di Etty Hillesum, ebrea olandese morta ad Auschwitz nel 1943 ( E’ stato difficile, per me, scegliere tra i suoi scritti un pezzo da porre in esergo; un paragrafo che fosse esemplificativo del suo alto pensare ed agire: talmente ricchi, emozionanti e veri risultano, ad ogni pagina, i suoi Diario e Lettere! In Italia, a parte Adelphi, è possibile leggere i suoi contribuiti anche grazie all’Editore Apeiron), e lo scrive utilizzando anche i denti quali trait-d’union tra le sezioni che compongono il suo articolo: L’igienista propone allo scrittore lo sbiancamento dei denti; Covacich rifiuta ma inizia ad incontrare coetanei dai sorrisi smaglianti. Etty amava talmente la vita che dimenticava di curarsi le carie per non togliere spazio al suo amare, aiutare e vivere. E Covacich, che ha “incontrato” la Hillesum grazie ad un suo compagno di palestra ( cfr. citazione iniziale ), conduce una bella riflessione sul suo, nostro regredire egoistico in noi stessi rappresentato da tutto ciò che facciamo per migliorarci esteriormente ( palestra, alimentazione e tutto ciò che ne consegue ) trascurando l’anima e soprattutto chi ci circonda. Racconta dunque di Etty, la ragazza che “amava il gelsomino dietro casa” e scrive del filare di ontani di fronte alla sua casa romana. Una mattina un rumore lo sveglia. Guarda dalla finestra e vede molti di questi alberi che regalavano pace, aria e serenità, ridotti a scheletri senza arti. Scende in strada a protestare con gli operai addetti alla capitozzatura e questi gli indicano una signora, l’amministratrice del suo condominio. Discutono e la signora fa notare che la scelta di tagliarli è frutto di un accordo tra i condomini di Covacich, persuasi dall’idea di pagare meno la bolletta elettrica. Le proteste dello scrittore terminano con un sorriso vincitore dell’Amministratrice; ma, lo Scrittore, si vendica; e ci regala un ritratto impietoso della donna:

“…la responsabile, una donna sui quaranta abbondanti…

…Il Comune non può fare una cosa del genere, dico alla tizia…

…Non le sembra assurdo che un quartiere, concepito apposta con gli alberi lungo le vie, venga ridotto a una spianata proprio quando arriva l’estate? No, mi risponde lei e, sorridendo beffarda, scopre l’apparecchio.”

E Covacich conclude: ”Incontro sempre più quarantenni con l’apparecchio. Che idea ha della vita una persona che rinuncia a godersi gli anni buoni in vista di una vecchiaia coi denti diritti?... Spero solo che la piccola Etty crescendo si trascuri un po’.”

Dunque, a parte Covacich, il suo condivisibile disappunto, la Storia avrà sempre brioches fresche ogni giorno. Speriamo solo nella loro genuinità!

Ah, qualche volta con il Nerone di turno il tempo è davvero galantuomo: di Tommaseo pochi ricordano ( nel nostro caso, troppi astiosi conservanti in quel “dolcetto” del Dizionario ) ; mentre del "verseggiatore moderno" si seguita a scrivere, parlare e grazie ancora a lui, sognare.

DG

Le pietre autenticheIl supplemento del Corriere della Sera,  La lettura - del 22 maggio scorso -, riportava alle pagine ...
30/05/2016

Le pietre autentiche

Il supplemento del Corriere della Sera, La lettura - del 22 maggio scorso -, riportava alle pagine 16 e 17 una bella intervista di Antonio D'Orrico ad Andrea Camilleri, in occasione dell'uscita del nuovo Montalbano, centesimo volume dello scrittore siciliano.
Camilleri il prossimo 6 settembre compirà 91 anni e grazie alle domande dell'interlocutore ricorda con la signorile leggerezza alla quale ci ha abituati, diversi episodi legati alla genesi delle sue opere ed al successo di pubblico raggiunto in tarda età.
Racconta, dapprima, offrendo una bella lezione di umile e raro senso della misura che lo rende ancor più amabile, di una telefonata ricevuta a tarda sera da Palazzo Chigi. Gli viene passato il Presidente del Consiglio. Pensa ad uno scherzo poi riconosce l'interlocutore. Renzi lo informa dell'interesse che Bill Clinton gli ha manifestato per l'autore di Montalbano. Segue uno scambio di E-mail con l'ex Presidente degli Stati Uniti d'America e Camilleri, con l'intelligenza che gli si riconosce unita alla placida saggezza dell'età, riesce a minimizzare questo ulteriore attestato di stima per il suo lavoro dicendo a D'Orrico, semplicemente, che il suo traduttore americano deve essere proprio bravo!
Ricorda poi la figura di sua nonna Elvira che al termine della sua prima visita romana, volle essere portata anche a villa Adriana, Tivoli. Girò, scrupolosamente, l'intero, enorme complesso. Fermatasi vicino ad un parapetto al termine di quel lungo camminare, disse:

"Tutta questa bellezza è insostenibile"

e morì, appoggiando il capo sulla spalla della figlia. Camilleri dice "morì di bellezza" e che questa storia la racconta solo a voce perché difficile da scrivere...
..La bellezza e la Morte della bellezza; l'arte, Tivoli e Adriano. Di riflesso, Marguerite Yourcenar e quindi, Giorgio Albertazzi.

Tra le molte opere dedicate al capolavoro della scrittrice belga, è giusto ricordare un cofanetto edito diversi anni fa; anche solo per la possibilità di rivedere Albertazzi nei panni di Publio Elio Traiano Adriano.
Nel 2007 l'Editore Minimum fax diede dunque alle stampe un libretto:

Adriano. Ritratto di una voce. Adattamento di Jean Launay da Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar con testi di Giorgio Albertazzi, Dario Fo e Maurizio Scaparro; volumetto, venduto con Dvd allegato che mostra stralci dello spettacolo dell'attore fiorentino, rappresentato, come la prima volta, a Tivoli.

E se già l'Adriano di Marguerite risultava a tratti troppo moderno nelle sue riflessioni
- molti conoscitori ed amanti della storia antica storcono il naso di fronte a questo bellissimo romanzo: è la Yourcenar che racconta se stessa; l'Imperatore non avrebbe potuto pensare a quel modo, etc. Ma, il libro è fondato sulla conoscenza del mondo antico; c'è, e si vede, uno studio rigoroso delle fonti. Perché dovremmo disprezzare un De Crescenzo se, lievemente, permette di avvicinare, e rende curiosi riguardo ad un gigante come Socrate? - l'Adriano di Albertazzi era davvero, palesemente, l'attore Giorgio Albertazzi che parlava in modo meraviglioso abbigliato come Adriano; ma, che emozione! Sentire poi di persona, quella voce inimitabile, mentre arriva sul proscenio, sistemandosi, credo, un pallio di lana candida, dire:"...qualunque cosa si faccia, si ricostruisce sempre il monumento a proprio modo; ma è già molto adoperare pietre autentiche..." Ricordo bene le pause; lente e cadenzate, mentre introduceva l'immagine di Plotina: "Nessuno mi ha conosciuto quanto lei. Mi piace credere che anch'essa da parte sua non mi abbia taciuto quasi nulla. L'intimità dei corpi, che non è mai esistita tra noi, è stata compensata da questo contatto di due spiriti intimamente fusi l'un con l'altro." Oppure, "Tutte le volte che il destino mi ha detto no, ho ricordato quelle lacrime versate una sera, su una sponda lontana, da un vecchio che forse per la prima volta guardava in faccia la sua vita." E quando Antinoo riempie il cervello e fa tracimare i ricordi: "...Ma il peso dell'amore, come quello d'un braccio teneramente posato sul petto, a poco a poco si rendeva pesante...Antinoo era morto. Non avevo amato abbastanza quel fanciullo da obbligarlo a vivere..."

Come salutare dunque un artista che ha permesso a tanti, come me, di gioire e soffrire di piacere una sera non proprio fredda di un gennaio di tanti anni fa; un uomo, come noi, fatto di pietre autentiche, un poco di porfido rosso, a volte un eccesso di sassolini comuni; spesso composto unicamente di impacciate ossature d'argilla, ma pur sempre autentiche, uniche "pietre", se non con l'auspicio che tutti si desidera e si merita e che Marguerite Yourcenar mise nei pensieri sicuri del suo Adriano:

"Fino all'ultimo istante, Adriano sarà stato amato d'amore umano."

DG

Paolina finalmente vive!Un film uscito recentemente in Dvd, ma solo per l'inquieta solitudine mentale raccontata, rimand...
16/05/2016

Paolina finalmente vive!

Un film uscito recentemente in Dvd, ma solo per l'inquieta solitudine mentale raccontata, rimanda con il pensiero a Paolina Leopardi ed al piccolo volumetto che Rosellina Archinto le ha dedicato anni fa, 1990, a cura di Manuela Ragghianti: Io voglio il biancospino. Lettere 1829-1869.
Assolo è un graziosissimo film diretto ed interpretato da Laura Morante e narra le vicende di una donna insicura, imperfetta, alle prese con gli uomini del suo passato, le nuove compagne di questi, la sua psichiatra - donne viste ed immaginate sempre migliori di lei stessa - ed i figli concepiti durante due delle relazioni più longeve. Delizioso, spiritoso, garbato e dall'ottima regia, eppure, Laura Morante, che risulterebbe sensuale anche solo ascoltandola, con gli occhi bendati, leggere un elenco telefonico, riesce difficile da identificare in una femmina che debba aspettare con una rosa in mano qualcuno che si degni di farla ballare...

Se non ricordo male è stata madre Teresa di Calcutta a dire che quando si incontra qualcuno per strada bisogna sorridergli perché la vita è difficile anche per lui;

ma una Donna come la Morante, pur con tutte le fragilità che questa favolosa e brava attrice incarna alla perfezione nel film, non riesce comunque a perdere la sensualità che dispensa anche solo camminando; e necessita quindi uno sforzo di fantasia immaginarla sola, in attesa di uno sguardo e degna di compassione.
Un personaggio come Paolina Leopardi sarebbe stato invece quasi perfetto, compagni e mariti a parte, in questo ruolo; e non perché poco attraente, ma per quegli occhi che hanno perso la luce, la speranza di una carezza; l'idea di poter suscitare un interesse anche minimo.
Si legge l'epistolario citato, intercorso tra la sorella di Giacomo Leopardi e le sue amiche bolognesi, Marianna ed Annina Brighenti; Paolina ne esce una matura signora dall'intelligenza vivace, colta e nel contempo un'adolescente che vaga; naufraga nei suoi sogni.
Parrebbe quasi un'esagerazione, comparata al mitico fratello, ma questa donna possedeva una cultura vasta e solida quasi quanto quella acquisita dal Leopardi più noto. Versata anch'essa nelle lingue, collaborò fattivamente con il padre e con Giacomo; e ci ha lasciato alcune preziose traduzioni dal francese.
Paolina ha trascorso tutta la vita a Recanati.
Differenti progetti matrimoniali saltati, l'amato Giacomo lontano e la sua vita si cristallizza nelle stanze del palazzo familiare; è una donna non sposata e quindi perenne ragazzina.
Accudisce i genitori, segue le vicende matrimoniali dei fratelli, e si incanutisce nel ruolo di zia, quale istitutrice dei figli del fratello Pierfrancesco.
Alla morte della madre, nel 1857, dopo che quasi tutti gli altri famigliari, tra cui l'amato padre, erano già scomparsi da tempo - le sopravviverà unicamente il fratello Carlo - Paolina ha quasi sessant'anni ed inizia a viaggiare; visita i luoghi immaginati e sognati perché descritti nelle lettere ricevute dall'amato Giacomo almeno quattro decenni prima. Vede quindi Bologna e le sorelle Brighenti, corrispondenti da una vita e mai incontrate; Firenze, Napoli con la "tomba" del fratello e soprattutto Pisa; amata da Giacomo ed apprezzata anche da Paolina tanto da prendere dimora in un albergo lungo l'Arno per diversi mesi.
Il 13 marzo 1869 morì per una complicazione polmonare, proprio nella città della Normale.

Da Una lettera ad Annina del 1831: "...In questo sei il mio contrario - io non ho riso mai, appunto perché non mi sono contentata di ridere solamente: io voglio ridere e piangere insieme: amare e disperarmi, ma amare sempre, ed essere amata egualmente..."
A Marianna, nel medesimo anno: "...Io vorrei che tu potessi stare un giorno solo in casa mia, per prendere un'idea del come si possa vivere senza vita, senza anima, senza corpo."
Marianna nel '32 è di passaggio a Pisa: " Hai fatto bene a scegliere il tuo albergo lungo l'Arno, del quale Giacomo mi ha fatto una descrizione incantevole, e di cui egli mi diceva che non potrà mai dimenticarsi."
Alla stessa, per la morte di Giacomo: "Almeno si morisse di dolore!"
"Che pensiero delizioso è quello in cui, facendo astrazione dal vero, vado sognando ad occhi aperti...E io continuo a delirare più lungamente che posso...poi mi scuoto con un dolore, come quello provato da don Rodrigo, nel Manzoni, al suo destarsi sentendo un male acuto nel fianco, io lo sento nel cuore dopo aver conosciuto che quello era un delirio. Ma così potessi delirar tutti i momenti, ché non sentirei allora tutto il peso di una vita inutile e disperata..." ( sempre a Marianna, 7 giugno 1832 ).

Le ultime tre lettere riportate nel volumetto Archinto sono scritte da Pisa e furono indirizzate ad una amica di Recanati, Artemisia Fucili. Questa è stata scritta quindici giorni prima di morire. Il tono è finalmente sereno, nonostante tutto:
" Pisa, 27 febbraio 1869 ...Sono stata a Firenze, dove faceva un freddo del diavolo, e non ho sofferto al petto: mi sono costipata, è vero, ma è perché ho gitato troppo ( sempre in carrozza, ma con sciupo di persona e con fatica ).
Ora riprendo fiato in questo tranquillo soggiorno, e mi dispongo in pace a lasciarlo..."

DG

La pietà dei latiniLe parole, in buona parte, sono depositarie di una vita decisamente più lunga della nostra; ma, come ...
02/05/2016

La pietà dei latini

Le parole, in buona parte, sono depositarie di una vita decisamente più lunga della nostra; ma, come noi, nascono per un qualsivoglia motivo, si arricchiscono o vengono depauperate di qualche significato allo stesso modo delle alterne fortune che colpiscono gli esseri umani.
Oggi la parola pietà ha assunto un’accezione quasi negativa; dire a qualcuno che suscita pietà non rallegra certo l’interlocutore né conferisce un’aura d’innata signorilità a colui che si esprime in tale modo.
Il vocabolo nasce però in ambito religioso; poi si adatterà anche al consesso civile; ma da principio indica esclusivamente la devozione, la dovuta venerazione verso gli dei. Si allargò in seguito contemplando anche il rispetto verso i genitori, la famiglia e – ma con il tempo - dei propri simili. Il Cristianesimo l’assimilò a quell’altra bella parola che è misericordia.
Virgilio ci presenta Enea che introduce sé stesso dicendosi: ”Sum pius Aeneas”; sono cioè un uomo che rispetta gli dei, la Patria e manifesta un senso di solidarietà verso gli altri uomini.

Dante fa dire all’albero nel quale è stato tramutato Pier delle Vigne, “Perché mi scerpi? Non hai tu spirto di pietade alcuno?” quando il Poeta ebbe staccato un ramo da quella pianta. Lo stesso Alighieri, dopo il racconto di Paolo e Francesca, è talmente commosso dalla loro storia che “di pietade io venni men così com’io morisse; e caddi come corpo morto cade.” E già in questi due brevi estratti dalla Commedia si può osservare come il vocabolo abbia mutato, arricchito il suo significato originario allargandosi alla delicata pena che si prova dinanzi alle sofferenze dei propri simili, già presente in Virgilio, almeno parzialmente.

Un esempio della medesima, bella pietà che possiamo ritrovare in una struggente novella di Pirandello tratta da Novelle per un anno: L’eresia catara.

I Catari furono un movimento ereticale affermatosi nel XIII secolo. Spesso avvicinati alle dottrine manichee per la loro idea di una assoluta opposizione tra Bene e male, tra materia e Spirito – Dio, che è un essere perfetto, non può aver creato il Mondo, con le sue ingiustizie e cattiverie. Il Mondo è opera del male, del dio malvagio, Satana, in continua lotta con Dio,etc. – furono soggetti ad una Crociata bandita anche per mera politica territoriale; e per debellare la mala pianta dell’eresia, venne utilizzata in modo massiccio l’inquisizione, alle sue prime battute.

Incontriamo il protagonista della Novella, Bernardino Lamis, docente universitario di Storia delle Religioni, al termine di una delle sue lezioni, nella solita aula buia, mentre anticipa all’uditorio - i suoi unici due alunni - il tema dell’incontro successivo: L’eresia catara.
Il Professore è una persona perbene; dalla vita modestissima. Non si è voluto sposare per non dover abbandonare anche solo in parte i suoi studi e da un annetto vive in due stanze, dormendo su una seggiola, dopo che gli si era piazzata in casa una cognata rimasta vedova e con sette figli: dopo averli accolti in casa propria ne fugge dopo aver scoperto che la donna – alla quale consegna tuttora e mensilmente il suo stipendio, decurtato di una minima parte per vivere – si vende oltretutto gli amati libri della sua biblioteca.
Il nostro Professore conosce perfettamente la sua materia ed ha pubblicato – un paio d’anni prima - due importanti volumi sui Catari; testi completamente ignorati dalla Critica nazionale. Per quel gusto italico, sempre in auge, di ammirare qualsiasi produzione proveniente dall’estero, un lavoro sull’identico argomento pubblicato da uno studioso tedesco sei mesi prima, – zoppicante, frutto di mera copia delle pagine altrui senza citarne la fonte ed espressione di teorie erronee - ricevette invece lodi e recensioni. Ed in questa monografia d’oltralpe il suo serissimo lavoro viene menzionato unicamente in una nota; per parlarne male. Lamis redige una difesa del proprio operato, evidenziando anche gli innumerevoli errori del professore tedesco, ma nessuna rivista pubblica questa appassionata apologia.

Decide allora che presenterà la sua difesa a lezione; ed in due giorni redige un sunto da potersi leggere nello spazio di un’ora. Lavora alacremente a questa riduzione sino all’ultimo minuto, tanto da non rendersi conto che la mattina della lezione la città è funestata da un uragano. Arriva in aula, al solito senza alzare lo sguardo, ma con soddisfazione registra che ogni banco è occupato; pensa che i suoi due alunni abbiano sparso la voce; non potete mancare: oggi ci sarà una grande lectio magistralis!
Dà inizio alla lettura; si infervora, alza i toni, gesticola. Sei mesi di umiliante sofferenza silenziosa fuoriescono nello spazio di un’ora. Uno dei suoi allievi, l’unico che è riuscito a raggiungere la Facoltà, si affaccia alla porta dell’aula quasi al termine della lezione. Si sorprende a sua volta di vedere i banchi occupati. Gli occhi si abituano alla scarsa luce; e, mentre il Professore seguita a parlare, si rende conto che l’uditorio è composto esclusivamente di cappotti appoggiati e distesi sui banchi per poterli asciugare. Sente alle sue spalle un vociare; richiude la porta. Una classe sta lasciando la propria aula e si muove verso di lui; sono i proprietari dei cappotti. Pensa di bloccarli; li prega di non entrare:

”C’è dentro il professor Lamis…

E che fa?
..Parla solo!”

Scoppiò una clamorosa irrefrenabile risata…

Zitti, per ca**tà, zitti! Non gli date questa mortificazione, povero vecchio!

Sta parlando dell’eresia catara!”

A volte basta un semplice moto del cuore; un gesto disinteressato, gratuito…forse qualcosa di buono si può ancora fare…e l’illusione di non essere solo una moltitudine in lotta l’uno contro l’altro per la vita; che anche dopodomani potrai magari gioire per un gesto così, tuo o di altri…rende il tutto almeno più sopportabile.

La fotografia scelta ritrae un particolare, Maria di Cleofa, tratta dal gruppo di terracotte a grandezza naturale - un tempo policrome - realizzate nella seconda metà del XV secolo da Niccolò dell’Arca, Il compianto sul Cristo morto, esposto nella chiesa bolognese di santa Maria della vita.

Le mani di quella Maria riproducono un tratto del nostro sentire tra i più belli…

Questo gruppo scultoreo, con gli altri cinque meravigliosi personaggi che circondano il Cristo merita una visita, anche esclusiva, alla bella Bologna. E quando realizzi che sono fatti solo di terra ed acqua…

DG

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