13/04/2017
LA POESIA DELLA SETTIMANA
Dal libro "Ades. Tetralogia del sottosuolo" di Giancarlo Pontiggia
QUADRO PRIMO
Sul palcoscenico – n**o, spoglio, tenebricoso – un fascio di luce
improvvisa. Dal pavimento, deve sollevarsi lentamente una tavola in legno. Ne emerge – con fatica, guardandosi intorno inquieto, circospetto – un uomo sulla cinquantina, mal ridotto, con un completo originariamente
di una certa eleganza, ma ormai stropicciato, sporchiccio,
sbrindellato in qualche punto. Esce come da una botola, facendo leva sui bordi delle tavole, magari ansimando, o pronunciando qualche suono irriconoscibile.
Preside: Ma dove diavolo sono? A furia di contorcermi per
cunicoli e gallerie, mi sono perso completamente. Maledetto
chi mi ci ha ficcato, dicendomi che era una scorciatoia,
e poi mi ha lasciato lì, mezzo morto, squagliandosela come
un ratto. L’ultimo pezzo, poi, doveva essere un cavedio,
pieno di fili, tubi, di canaline viscide e gocciolanti... quasi
quasi ci lasciavo le penne... (si muove smarrito, barcollante,
strabuzzando gli occhi, come chi non è più abituato alla luce) Ma
indietro non ci torno... Dio non voglia... Tutti quegli spifferi,
quei gemiti... gemitoni, sussurri, guaiti... ma che bestie
erano? Se erano bestie, poi... Ma guarda cosa mi doveva
capitare... (in tono sempre più concitato) Tutta colpa di quei
maledetti... E il ministro in persona, al telefono: (mimando
una voce femminile, in modo caricaturale) «Non è ammissibile,
non è ammissibile! Me li deve snidare, tutti, entro domattina!
» Snidarli! Come fosse facile! Io, il Preside del Ginnasio
Liceo «Steve Jobs», il più tecnologico, il più avanzato di
Milano... Ma che dico di Milano? Della Lombardia! D’Italia!
Forse del mondo! Neanche a Pechino, neanche nella
Silicon Valley ce ne hanno uno così! (abbassando la voce) Ma
cosa sono questi fruscii? (al pubblico) Ssst! Mi pare di sentir
qualcosa... dei passi... Non saranno mica loro, i maledetti?
Nascondiamoci, non si sa mai... (rientra veloce nella botola,
lasciando però lievemente schiuso il coperchio)
Emergono, da sinistra, arrancando come su un’erta, tre figure, anch’esse
mal ridotte: il morto si strascina, incappucciato, gemente, sotto
gli spintoni del primo becchino, che procede appaiato, con una
striglia nella mano sinistra, e una bisaccia sulle spalle; il secondo
becchino m***a un asino a rotelle, alquanto traballante, che sembra
ogni volta sul punto di rovesciarsi. Urla, guaiti, minacce.
Morto: Fermiamoci un attimo, vi prego. Ahi, ahi! Ho le
scarpe fradice... i piedi non li sento più... (con un tono di
rampogna) con quella fogna di fiume che mi avete fatto
traversare... Devo aver scarpinato per ore... Mi sembrava di
sve**re dalla puzza!
Primo becchino: Puzza per puzza, sempre meglio della tua,
con quella pellaccia che ti ritrovi...
Secondo becchino: Davvero non c’è modo di abituarsi,
dopo tanto tempo, a questa marmaglia...
Primo becchino: A chi lo dici... Con le loro pance piene di
lordume, e quella pelle marcia, che trasuda aria di fetore...
Proprio a noi ci dovevano capitare... Ma a ognuno la sua
fortuna...
Morto: Ma insomma, dov’è che mi conducete?... Avrò pure
il diritto di saperlo... (si ferma, impuntandosi, come chi non
vuole più andare avanti)
Preside: (a parte) Che tipacci... ma non ho molta scelta...
Forse sarà meglio che mi mostri... chissà che non possano
indicarmi la strada... (sollevando la botola, e mostrandosi dalla
cintola in su) Ehi, dico a voi, non sapete dirmi dove siamo?
Mi sono perso, e non riesco a trovare la strada per risalire...
Primo becchino: Risalire dove?
Preside: Dove volete, basta che risalga...
Secondo becchino: Ma come ha fatto questo macaco a
finire qui?
Primo becchino: Che ne so? Ma in questi giorni è una tal
bolgia, che non ci si capisce più niente... Da dove vieni?