18/12/2025
Avevo scritto un post pacifico. Davvero. Una roba quasi zen: Tozzi da una parte, Guccini dall’altra, due giganti, due linguaggi, due mestieri diversi. Fine.
E invece no. È scoppiata la sagra del Sapere Musicale Certificato. Con tanto di patentino immaginario: “Se ascolti Tozzi sei ignorante”, “se ascolti Guccini sei un radical chic col maglione sulle spalle”. Mancava solo il VAR.
È incredibile come in Italia ogni discussione finisca così: non un confronto, ma una lotta tra chi “sa” e chi “non capisce”. Come se la musica fosse una password. Come se “Gloria” fosse una colpa morale e “La locomotiva” una laurea honoris causa.
Facciamo chiarezza, che poi è semplice.
Umberto Tozzi non è un incidente della storia. Non è uno scivolone degli anni Settanta. È uno che ha dato alla musica italiana una visibilità enorme, che ha scritto canzoni cantate ancora oggi, che riempie palazzetti da una vita, che è finito nelle colonne sonore, nelle collaborazioni internazionali, nella memoria collettiva. Se dopo quarant’anni una canzone la cantano ancora allo stadio, al matrimonio e alla festa di paese, forse non è proprio robaccia da buttare via con disgusto.
Guccini è un’altra cosa. Nessuno lo nega. È introspezione, racconto, politica, peso specifico. È una canzone che non ti fa ballare ma ti fa fermare. Che non ti accarezza ma ti interroga. Vasco lo sa benissimo e infatti distingue. Distinguere, però, non vuol dire fare la classifica di MasterChef: primo il cantautore impegnato, ultimo il pop “per le masse”.
Il punto è questo: non tutto vale tutto, ma non tutto deve essere messo in guerra. La musica non è una gara di purezza ideologica. Non c’è il podio, non c’è la coppa, non c’è il pubblico che fischia chi sbaglia gusto.
Tozzi, Guccini, Vasco, Jovanotti non stanno su due barricate. Stanno su strade diverse dello stesso paesaggio. Una passa in mezzo ai pensieri, l’altra in mezzo alla gente che canta. E indovinate un po’? Servono entrambe.
Il vero problema non è chi ascolta Tozzi o chi ascolta Guccini. Il problema è chi ascolta solo se stesso, convinto che il proprio gusto sia una forma superiore di intelligenza.
E lì sì, la musica smette di essere musica. Diventa rumore. Massimiliano Turricelli