03/06/2026
📖 recensione
SOLO UN GIORNO
di Marco Lodoli
Einaudi, 2026
88 pagine. Euro 14
🟢 disponibile in libreria
📰 La Lettura del Corriere della Sera
LIBERI DI FUGGIRE DAL MONOLOCALE
Marco Lodoli continua coerentemente a narrare le favole urbane che costituiscono il suo universo poetico e stilistico (con l’eccezione dell’esordio di quarant’anni fa). Stavolta ci fa inseguire un laureando e una giovanissima in motorino...
di EMANUELE TREVI
Si ripete spesso che gli scrittori, dietro l’apparente varietà delle loro storie, dei loro titoli, delle loro copertine, non facciano, a un livello più inconscio e sotterraneo, che riscrivere sempre lo stesso libro, alla ricerca di una formulazione perfetta e definitiva. Come accade per i proverbi e per le barzellette, questi luoghi comuni non hanno mai un padre accertabile, e la loro natura è decisamente ibrida, perché sono composti in misura variabile di melensa ovvietà e di profonda verità.
La parte più interessante dell’idea mi sembra consistere nel fatto che, anche a terminarne decine o centinaia, nessuno potrà mai concretamente scrivere questo libro-fantasma al quale alludono tutti gli altri. È come il punto di fuga di una prospettiva, sul quale non è mai possibile posare il piede. Ma nell’esperienza artistica una certa quantità di frustrazione è un ingrediente decisamente benefico, una fonte di energie creative altrimenti sopite. Proprio perché non scriveremo mai esattamente il libro che vorremmo scrivere, siamo disposti a cominciarne uno nuovo.
Mi sembra questa la chiave d’accesso più credibile all’insieme delle favole urbane (non saprei come definirle altrimenti) di Marco Lodoli. Considerati nel loro insieme, come raccolti in un unico volume, questi testi narrativi, dai Fannulloni del 1990 a Solo un giorno appena uscito per Einaudi, rappresentano un caso estremo di uniformità, sia di stile che di atmosfera. Rimane fuori dal quadro il romanzo di esordio del 1986, Diario di un millennio che fugge, che fu sì quello che si definisce un magnifico esordio, ma rappresenta anche una strada più tradizionale (nel senso dell’attendibilità romanzesca e dello spessore psicologico dei personaggi) che Lodoli ha precocemente tralasciato, rinunciando a tutte le convenzioni realistiche o svuotandole dall’interno con la sua sapienza di pifferaio magico delle parole e cronista di ogni occasione di transito fra il visibile e l’invisibile. E così, nel corso degli anni, Lodoli ha accresciuto con rarissima coerenza artistica una specie di variopinto polittico nel quale convivono felicemente la varietà, potenzialmente infinita, delle singole visioni e l’unità profonda dell’ispirazione che le genera.
Ognuno di questi brevi libri (siamo arrivati, se non conto male, al quattordicesimo) possiede il suo centro nevralgico e la sua particolare memorabilità, l’autore stesso in certe occasioni li ha suddivisi in trilogie, e un volume che li raccogliesse tutti insieme sarebbe la testimonianza più eloquente di un’impresa unica nella storia della prosa italiana dei nostri tempi.
Da lettore e rilettore fedelissimo, ho i miei preferiti, com’è normale, ma la sensazione più potente che ho provato, in questi trentacinque anni, è che Lodoli abbia disposto i suoi giochi di prestigio verbali come un cerchio che non smette di alludere a un centro vuoto, a un’oscurità che non è altro che la notte terminale in cui sfociano i torrenti delle nostre storie. Perché Lodoli, tanto quanto ama evocare i suoi fantasmi, o se preferite estrarre i suoi conigli e le sue colombe dal cilindro, ama pure mostrare, di ogni storia, la sua impermanenza, il suo profondo e quasi inconfessabile desiderio di evaporare e ritornare nel grembo del Grande Niente da cui proviene, mentre ogni personaggio si rivela una configurazione momentanea e transitoria della nostra mancanza di un significato stabile.
Di questo nichilismo più musicale che concettuale, vagamente venato di taoismo, Solo un giorno è un risultato esemplare, fondato com’è su una premessa psicologica e narrativa che è costante nella poetica di Lodoli: il non saper fare nulla, inteso come una forma particolare di predestinazione e orientamento nel mondo. Non c’è forse scrittore contemporaneo che come Lodoli ha assimilato a fondo la lezione di Robert Walser e soprattutto dello Jakob von Gunten , che è stato fin da giovane una specie di vangelo per lui.
Ebbene. Scipione, l’eroe di Solo un giorno, che dovrebbe essere il giorno della sua laurea in Filosofia, è un’incarnazione perfetta dell’incapacità come categoria esistenziale. A trent’anni Scipione vive ancora alle spalle dei genitori, che sono arrivati a indebitarsi con uno strozzino pur di vedere arrivare il giorno in cui potranno chiamare dottore il loro figlio. Ed eccolo qui Scipione, all’inizio del suo lungo giorno, con il vestito buono, diretto all’università per discutere la sua tesi su Spinoza… ma fin dall’incontro casuale con la giovanissima Cecilia, anche lei elegante per una foto di classe, un soffio inesorabile di predestinazione sconvolge l’assetto piccolo-borghese della realtà, catapultando i due protagonisti, in sella a un malandato motorino, in quello che, in un’ingovernabile accavallarsi di spazi e presenze, impariamo a riconoscere come una specie di sogno, ma sognato da due amanti esposti senza più nessuna difesa all’energia salvifica e distruttrice dei simboli più arcani.
È come se i due amanti, mentre credono di esercitare la loro libertà di fuga, in realtà obbediscano a leggi non meno stringenti e angosciose di quelle promulgate dal principio di realtà, mentre i significati riposti e le chiavi degli enigmi, risalgono dai loro abissi iniziatici per invadere la superficie del visibile, e impregnare del loro liquido amniotico e inebriante il tessuto liso delle apparenze.
Ma nelle favole e nei racconti visionari di Lodoli non accade mai che l’invisibile, irrompendo nel visibile con i suoi strambi messaggeri, finisca per illuminare e redimere il nostro consustanziale fallimento. Semmai, il concatenarsi delle vicende non potrà che metterci di fronte al fatto che non c’è saggezza, non c’è verità così solida da non essere a sua volta, al primo colpo di vento, sottoposta a un rapido e inesorabile processo di rarefazione e nullificazione. Di fronte a questa ultima soglia della verità, è facile comprendere che i sogni e la realtà mentono nello stesso modo, come lingue che crollano sotto il peso di significati insostenibili. Abitano nella stessa casa, i sogni e la realtà, come spiega Cecilia a Scipione. E non si tratta nemmeno di una casa con «due stanze, bagni e cucina». No, è «un monolocale», ed è la nostra vita.