30/03/2026
🪹🪹la mattina🪹
L'imperfezione, ecco cosa abbiamo abitato, l'imperfezione che siamo. Ed è stato bellissimo.
Connessioni che faticavano, il mio attacco di panico alle porte dal giorno prima, chi è arrivato in ritardo e chi non ha avvisato. Chi ha pensato fosse il pomeriggio ed è corsa a vestirsi.
Un albo che abbiamo riscritto e riadattato fin quando non lo abbiamo condiviso in una relazione sicura, un albo che ci è piaciuto, dove ci siamo viste riconosciute ma che poi, forse, manca di qualche aspetto. Manca l'invidia, dicevamo, il giardino dell'altro non c'è. Ed ecco la fatica di Ercole: stare davanti al nostro ritratto, guardarci negli occhi, vivere la scomodità di un titolo, io e la mia scelta, stare sole con noi stesse.
Quel dire "non mi sono trovata nella storia" che ha portato a "ho finalmente dato un senso al nome del percorso, scrivere è spargersi, siamo in ogni pezzetto" .
Siamo errori del giudizio, siamo vittime e carnefici dei bilanci, vogliamo crediti anche quando non ci spettano. Persone fragili, n**e, davanti alla verità che quel lasciarCI andare forse non è sicuro.
I primi 6 mesi abbiamo guardato tutto quello che c'era attorno, ci siamo spinte verso il mondo dell'altro che non sceglie, che non agisce, che non si muove. Il mondo di chi rifiuta di vedere la verità. E forse, in certe giornate, assomigliamo a tutte queste storie.
L'incontro che ancora una volta faticava a chiudersi, i messaggi che sono arrivati dopo, per non perdere il filo, perché forse in certe occasioni un caffè insieme ci avrebbe tenute ancorate.
Ho incontrato la rabbia che ho dentro, l'ho vista c***o, mi ha fatto una paura tremenda perché non era per gli altri, verso gli altri, era morbosamente verso me stessa. L'errore commesso che non ho mai verbalizzato.
🪹Il pomeriggio🪹
Un gruppo che fatica ad aprirsi, a raccontarsi, che pretende spazio ma non sa parlare, che proietta tanto sull'altro. E che questa volta ha fatto un grande passo. C'è stato un contrattempo di cui sapevo solo io e che non ho voluto condividere, volevo vedere cosa sarebbe successo. Un bambino in età da film che non poteva restare solo è venuto con noi, cuffie e computer per un film, ad osservarci senza guardarci mai. L'incontro che parte subito, tutti trovano spazio, tutti si ergono su colonne e imbracciano il senso di giustizia che, dopo la mattina, non riuscivo a sentire mio. Io avevo il deserto nel cuore, loro il campo di battaglia pieno di eros e thanatos.
E poi, il crollo. Di nuovo un personaggio da prendere di mira, su cui rovesciare tutto, pure quello che non c'è; il tempo della mia verbalizzazione, quella che non sai come tenere fra le mani, che è arrivata senza preavviso: non ho saputo dire di no alla gravidanza perché mi sono gelata sotto al peso di una famiglia non mia che sapeva prima di me cosa fosse giusto e cosa no. Io a gambe aperte dal medico e loro già che mi mandavano i messaggi per essere una persona speciale.
Non volevo essere speciale, non volevo essere vista da tutti. Volevo essere scelta dal mio compagno che invece ha scelto la famiglia, come Ned. Ha scelto di dirlo a tutti, di mostrare a tutti cose che io ancora non potevo vedere e non volevo, un errore sullo schermo che non accettavo.
L'ho detto, come si fa quando non sei padrona del tuo corpo e la testa ti abbandona per andare dove vuole.
Poi la scelta, questa scelta che ci accompagna dall'inizio, perché la nostra foresta è una scelta, scegliamo noi di attraversarla, di fare il giro più lungo perché non sappiamo come mai non riusciamo ad avere una certa sicurezza, come mai viviamo il frutto della scelta di qualcun altro.
E forse, col tempo, lo capiremo.