28/07/2025
Parlare con i librai, parlare con le libraie è un’esperienza che resta impressa. Ricomincio: parlare, in un paio di giorni, con oltre cento fra librai e libraie è un’esperienza intensa. Ma come? Fai lo scrittore! Che novità è? Appunto. Di solito il dialogo con il libraio è a monte o a valle di un evento, qualche volta è uno scambio frettoloso, benché amichevole; qualche volta è una cena confidenziale a fine presentazione, pizza e birra. Ma girare i tavoli della sala convegni di un grande albergo termale e parlare in poche ore con decine e decine di professionisti del mondo del libro non mi era mai capitato. È stato nella scorsa primavera ad Abano Terme a “Tribùk”, per gli incontri tra editori e librai che una volta l’anno consentono un confronto serrato, diretto tra chi produce e chi vende.
Da imbucato ho avuto il privilegio di raccogliere – anche solo di orecchiare – racconti, testimonianze, confessioni, sfoghi. Una solitudine affollata, verrebbe da dire: perché sì, chi traffica con i libri può sentirsi anche molto solo.
Il mercato, come si sa, non cresce; in altre parole, stagna. E i commercianti fanno i conti, letteralmente, con un primo semestre 2025 privo del megaseller che trascina. Consumi sempre più volubili, segmentati, polverizzati. Gli scaffali sono quelli – una questione banale: spazi – e la produzione di volumi non accenna a diminuire. «Abbiamo finito i banchi!» è un grido ironico che si leva a più riprese, petizione difensiva di fronte alla caterva di ormai quasi centomila novità annue. «Andrebbe ridisegnato il concetto di libreria», dice qualcuno: e di sicuro, rispetto a quarant’anni fa, il tempio non è più un tempio, è un luogo meno ostile elitario e compassato, c’è magari la caffetteria... Basta? No. Perché la verità, “catene” o no, è che ogni libreria «è un mondo a sé», come mi spiega appassionata una libraia. Convinta che non si tratti di modellizzare, ma di calare il concetto di libreria in quel preciso contesto, di adattarlo alla fisionomia socio-antropologica dell’area in cui si opera.
L’articolo di Paolo Di Paolo continua sul nuovo numero de L’Espresso