20/04/2026
La rubrica di consigli letterari di Segni e Sogni in collaborazione con La Botteghina del Libro propone per il mese di aprile una lettura non facile, ma necessaria: "𝐈𝐥 𝐥𝐨𝐫𝐨 𝐠𝐫𝐢𝐝𝐨 𝐞̀ 𝐥𝐚 𝐦𝐢𝐚 𝐯𝐨𝐜𝐞 - 𝐏𝐨𝐞𝐬𝐢𝐞 𝐝𝐚 𝐆𝐚𝐳𝐚" edito da Fazi Editore nel 2025.
Questa selezione di testi di dieci poetesse e poeti palestinesi è anche un progetto concreto di solidarietà: non solo si propone di dare voce a chi è continuamente silenziato o censurato, ma con una parte dei proventi sostiene le attività di assistenza sanitaria di Emergency a Gaza.
"𝐂𝐨𝐬𝐚 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐩𝐨𝐞𝐬𝐢𝐚 𝐚 𝐆𝐚𝐳𝐚?": così si apre l'introduzione, con una domanda a cui sembra impossibile rispondere. Eppure la risposta è racchiusa nelle poesie stesse, nei loro versi intensi, che trasudano sangue, dolore, morte, ma anche amore, resistenza, speranza.
Nella prefazione di Ilan Pappé si legge: "𝐿𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑎𝑝𝑒𝑣𝑜𝑙𝑒𝑧𝑧𝑎 𝑐𝑜𝑛 𝑐𝑢𝑖 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑖 𝑔𝑖𝑜𝑣𝑎𝑛𝑖 𝑝𝑜𝑒𝑡𝑖 𝑎𝑓𝑓𝑟𝑜𝑛𝑡𝑎𝑛𝑜 𝑙𝑎 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑖𝑏𝑖𝑙𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑖 𝑚𝑜𝑟𝑖𝑟𝑒 𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑜𝑟𝑎 𝑒𝑔𝑢𝑎𝑔𝑙𝑖𝑎 𝑙𝑎 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑢𝑚𝑎𝑛𝑖𝑡𝑎̀, 𝑐ℎ𝑒 𝑟𝑖𝑚𝑎𝑛𝑒 𝑖𝑛𝑡𝑎𝑡𝑡𝑎 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑒 𝑐𝑖𝑟𝑐𝑜𝑛𝑑𝑎𝑡𝑖 𝑑𝑎 𝑢𝑛𝑎 𝑐𝑎𝑟𝑛𝑒𝑓𝑖𝑐𝑖𝑛𝑎 𝑒 𝑑𝑎 𝑢𝑛𝑎 𝑑𝑖𝑠𝑡𝑟𝑢𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝑖𝑛𝑖𝑚𝑚𝑎𝑔𝑖𝑛𝑎𝑏𝑖𝑙𝑒 𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎𝑡𝑎." Le loro voci si stagliano limpide lungo queste pagine, testimoniando quello che ogni giorno i loro occhi vedono e i loro corpi attraversano, il peso che le loro anime portano e sotto il quale lottano per non soccombere.
Leggendo queste testimonianze in versi appare chiaro che la poesia, anche dentro uno scenario di distruzione così grande, è espressione della vita che, tenace, si contrappone alla brutalità della morte violenta e traccia segni di luce nell'oscurità.
Così scrive la poetessa Dareen Tatour:
"𝐿𝑎 𝑝𝑜𝑒𝑠𝑖𝑎 𝑖𝑛 𝑝𝑟𝑖𝑔𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑒̀ 𝑙𝑢𝑐𝑒 𝑒 𝑓𝑢𝑜𝑐𝑜
𝐿𝑎 𝑝𝑜𝑒𝑠𝑖𝑎 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑖𝑎 𝑝𝑟𝑖𝑔𝑖𝑜𝑛𝑒
𝐸̀ 𝑛𝑢𝑡𝑟𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜
𝐸̀ 𝑎𝑐𝑞𝑢𝑎 𝑒 𝑎𝑟𝑖𝑎".
La poesia è anche voce che chiede di essere ascoltata, voce che chiede al mondo una risposta.
Il poeta ventenne Haidar al-Ghazali scrive:
"𝑂𝑔𝑔𝑖
𝑖 𝑔𝑖𝑜𝑣𝑎𝑛𝑖 𝑙𝑖𝑏𝑒𝑟𝑖 𝑠𝑖 𝑠𝑜𝑙𝑙𝑒𝑣𝑎𝑛𝑜 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑢𝑛𝑖𝑣𝑒𝑟𝑠𝑖𝑡𝑎̀
𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑣𝑒𝑟𝑟𝑎̀ 𝑝𝑟𝑜𝑚𝑜𝑠𝑠𝑜
𝑐ℎ𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑢𝑝𝑒𝑟𝑒𝑟𝑎̀ 𝑙'𝑒𝑠𝑎𝑚𝑒 𝑑𝑖 𝑢𝑚𝑎𝑛𝑖𝑡𝑎̀".
La poesia è un segno che resta, anche oltre la morte, portatrice com'è di un messaggio che non può essere silenziato.
Il poeta Refaat Alareer, i cui versi hanno ispirato questa raccolta, scrive così:
"𝑆𝑒 𝑑𝑒𝑣𝑜 𝑚𝑜𝑟𝑖𝑟𝑒
𝐶ℎ𝑒 𝑝𝑜𝑟𝑡𝑖 𝑠𝑝𝑒𝑟𝑎𝑛𝑧𝑎
𝐶ℎ𝑒 𝑠𝑖𝑎 𝑢𝑛𝑎 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎".
La poesia, in queste pagine, è atto di resistenza, bellezza contrapposta alla distruzione, lamento degli oppressi e voce di speranza, canto alla vita laddove la vita viene in ogni modo contrastata, profonda testimonianza di umanità, appello al restare umani.