23/09/2023
"Specialmente in questi ultimi tempi, nella febbrile crisi di rinnovamento che il mondo traversa, le proteste contro la parassitaria improduttività delle professioni legali son diventate un luogo comune: soprattutto in Italia, dove da tutte le parti concordemente si addita nell’ “avvocatismo” l’ostacolo più formidabile che, insieme colla burocrazia, si oppone alla nostra rapida rinascita nazionale … Per essi dire avvocatura vuol dire affarismo, parlamentarismo, intrigo; per essi avvocatura è sinonimo di ciarlataneria, di retorica senza sincerità, di verbosità senza fatti, di apparenza senza sostanza, di astuzia senza giustizia”
Nel 1921, nei “Quaderni della Voce” diretti da Giuseppe Prezzolini, Pietro Calamandrei pubblicò un pamphlet titolato “Troppi avvocati”. Il volume si presentava come uno scritto divulgativo che – complice la penna pungente, lucida e rigorosa di Calamandrei – offriva una disamina brillante e smagata della professione forense. È trascorso oltre un secolo e troviamo molte di quelle pagine per nulla illanguidite dal tempo. Ci sorprende l’attualità vigorosa di certe analisi che toccano i temi “di fondo” (verrebbe da dire, “di sempre”) dell’avvocatura e che rimandano ad una idea molto precisa dell’attività forense: la professione come impegno ad essere pienamente ed attivamente cittadini. Scoprire, esattamente cento anni dopo, la freschezza di quei pensieri significa anche fare i conti con la necessaria “storicità” di quella visione, che rimane un’opzione tra altre e non sempre la preferita tra di noi. Come tutte le idee nel loro farsi storico, essa si confronta, combatte, si arricchisce e si precisa, anche nel contrasto, ma così cresce e, pur se a volte sconfitta, riprende o può riprendere la sua strada.
Piero Calamandrei, Troppi avvocati!, I quaderni della Voce, collana diretta da Giuseppe Prezzolini, Firenze 1921.
#1900