31/05/2025
IL GIOCO DEL CONTROLLO - QUANDO I RAGAZZI UCCIDONO E NON CI CHIEDIAMO PIÙ PERCHÉ
Non stiamo vivendo in una società libera. Stiamo vivendo in un programma. Un programma in cui i giovani crescono bombardati da stimoli che ne alterano la percezione, il comportamento, il pensiero, l'identità. E poi, quando esplodono, ci chiediamo "perché". Ma la vera domanda è: perché continuiamo a fingere che sia normale?
Viviamo immersi in una realtà che ci chiama a gran voce, ma che pochi riescono a sentire. La mente dei giovani è diventata un campo di battaglia: immagini, suoni, cibo, sostanze, frequenze. Tutto lavora per un solo scopo: disconnettere. Spezzare il legame tra anima e corpo, tra coscienza e verità, tra impulso e discernimento.
Fin dalla nascita, i bambini vengono immersi in una realtà artificiale. Smartphone, tablet, TV accese giorno e notte. Cartoni iperstimolanti, colori violenti, messaggi subdoli. Crescono nel rumore, non nel silenzio. E il cervello si adatta. A livello neurobiologico, la corteccia prefrontale, quella deputata al giudizio, all’empatia, alla capacità di distinguere il bene dal male, si sviluppa con lentezza. Ma viene letteralmente bombardata da input. E allora accade l’irreparabile: il cervello smette di distinguere tra realtà e finzione. Un videogioco violento, un film dove l’amore è controllo, un influencer che normalizza la vendetta o la sessualità tossica... diventano veri. Il cervello non ha più i confini per separare. Interiorizza. Incorpora. Ripete.
La violenza non nasce dal nulla. Viene appresa. Osservata. Introiettata. In un mondo dove uccidere in un videogioco è normale, dove la pornografia insegna che il corpo della donna è un oggetto da usare, dove i social mostrano che chi domina ha ragione… uccidere una ragazza perché ha detto di no, perché ha lasciato, perché ha fatto una scelta… diventa un gesto coerente con quel mondo malato. Non è follia. È programmazione. Non è raptus. È il risultato di anni di disconnessione.
Mentre ci scandalizziamo per i femminicidi, non ci chiediamo nemmeno cosa c’è nel piatto dei nostri figli. Cibo manipolato geneticamente. Additivi, conservanti, zuccheri che ALTERANO l’equilibrio ormonale, la risposta nervosa, l’umore. Farmaci prescritti come caramelle. Psicofarmaci, vaccini, sostanze introdotte in un organismo fragile, in via di sviluppo, senza considerare le conseguenze a lungo termine. Non parlo per ideologia, ma per realtà clinica: il sistema endocrino e il sistema nervoso dei ragazzi è sotto attacco.
E poi l’invisibile: Wi-Fi, onde elettromagnetiche, radiazioni continue. Il cervello umano non è fatto per sostenere questo livello di stimolazione artificiale. L’epifisi (ghiandola pineale), che regola il ritmo circadiano e la connessione spirituale, viene calcificata e inibita. I ragazzi non dormono più bene. Non sognano. Non si rigenerano. Vivono in una perenne allerta. E se il corpo è sempre in allarme, prima o poi esplode.
Questi ragazzi non sono stati educati alle emozioni. Nessuno ha insegnato loro a nominare la rabbia, ad attraversare il dolore, a reggere il rifiuto. Crescono in un’epoca dove tutto è istantaneo, dove non c’è spazio per la frustrazione, né per l’elaborazione. E così, quando arriva il dolore vero – l’abbandono, il senso di fallimento, la solitudine – non sanno cosa farsene. Allora reagiscono come hanno imparato: con violenza. Perché è quello che hanno visto. E perché nessuno ha mai insegnato loro altro.
Noi adulti abbiamo fallito. Sì, anche noi terapeuti, educatori, genitori, spiritualisti. Abbiamo lasciato che fosse TikTok a fare educazione sentimentale. Abbiamo lasciato che la pornografia spiegasse cos’è il corpo. Abbiamo lasciato che l’algoritmo dettasse i ritmi, i gusti, i sogni. Abbiamo permesso che diventasse normale non vedere più negli occhi i nostri figli. Che la comunicazione passasse solo attraverso uno schermo. Che la connessione fosse solo “rete”, e mai più “relazione”. E ora ci chiediamo perché i ragazzi uccidono? Uccidono perché non sono mai stati davvero vivi.
Servono pene severe? Sì. Ma non bastano. Serve una rivoluzione. Una rivoluzione culturale, spirituale, umana. Serve riportare la sacralità nel corpo. Nelle relazioni. Nella parola. Nell’educazione. Serve tornare a parlare di empatia, contatto, ritualità, emozioni, coscienza. Serve rieducare il cervello a distinguere ciò che è reale da ciò che è finzione. Serve disintossicare le menti, i cuori, i corpi. Serve uno strappo profondo con questo modello sociale. Serve il coraggio di spegnere tutto. Di disconnettersi per riconnettersi. Serve che gli adulti si ricordino chi sono. Solo allora i ragazzi potranno scegliere di essere altro.
Se tuo figlio, tuo fratello, tuo alunno, tuo paziente, tuo compagno… se un ragazzo che conosci oggi uccide una ragazza… chiediti: quanti pezzi di questa società lo hanno portato lì? E chiediti cosa puoi fare tu, da oggi, per rompere questa catena. Perché se non cambiamo ora, saremo complici. E non potremo più dire: “non lo sapevamo".
È ora di svegliarsi.
Dott.ssa Giada Aghi
www.medicinadellapsiche.it
Ⓒ Copyright 2025 testo e immagine. Citare la fonte e l'autore.
Giada Aghi