26/08/2023
No, è troppo comodo chiamarsi fuori, limitarsi a dire “io no”, “io sono diverso”, “io non ho mai fatto nulla di male a una donna”. Troppo facile circoscrivere i mostri nel girone dantesco delle bestie e degli stupratori da far “marcire in galera”, “castrare”, dare in pasto a “cento lupi” e porsi al di qua della linea di demarcazione tra il bene e il male, tra il giusto e lo sbagliato. È facile, istintivo, persino liberatorio, ma anche tremendamente auto-assolutorio.
Io, come maschio, non sono e non sarò mai come il branco che stupra e violenta a turno una donna della loro età a Palermo.
Ma io, come maschio Cis e padre di un bambino maschio, mi sento chiamato in causa da questa bestialità criminale, non in correità ma come titolare di uno status che non ho scelto e di cui, che lo abbia voluto o meno, ho beneficiato.
Io, come maschio, mi sento chiamato in causa come fruitore del privilegio insito nel semplice fatto genetico di essere nato maschio e come detentore di un codice a cui, consapevolmente o meno, ho aderito e da cui faticosamente, da anni, con enormi difficoltà, sto provando a sottrarmi.
Io, come maschio, ad esempio, ho smesso di tacere ogni volta che un uomo fa una battuta sessista, ogni volta che il corpo di una donna viene oggettificato, ogni volta che la vittima viene colpevolizzata per un vestito scollato o perché “se l’è andata a cercare”, eppure godo anche - senza alcun merito - del privilegio di uscire all’ora di punta vestito come voglio senza ricevere apprezzamenti o fischi o tornare a casa da solo alle due di notte senza sentirmi in pericolo.
Io, come maschio, mi incaz** ogni volta che un maschio occupa immeritatamente il ruolo o l’incarico che sarebbe spettato a una donna, ma so anche che quel maschio sono, sono stato o in futuro potrei essere io. Potrebbe essere ognuno di noi.
Io, come maschio, ho deciso di insegnare a mio figlio che i maschi piangono, eccome se piangono, giocano con le bambole, vestono di rosa, di azzurro, di fucsia, di giallo (basta che non sia fluo…), che mamma e papà non hanno ruoli e che non esistono giochi da maschi e giochi da femmine. Ma so anche di aver già perso in partenza con una società che gli impone, a cinque anni, di aderire a un codice di comportamento maschile militare se vuole sentirsi accettato dal gruppo. Che, un domani, potrebbe diventare branco.
Io, come appartenente al genere maschile di una società costruita sul patriarcato, non sono responsabile di uno stupro – la responsabilità è SEMPRE individuale – ma sono responsabile passivo della cultura dello stupro che quella violenza ha costruito, prodotto, generato, coperto e infine giustificato.
Il primo passo che ogni uomo ha il dovere di compiere è accettarlo senza sentirsi attaccato, giudicato o colpevolizzato. Altrimenti, dopo aver buttato la chiave e consegnato salvinianamente i mostri ai lupi, domani ci risveglieremo senza capire come mai, con i mostri dentro, il Mostro è ancora fuori.