05/05/2026
📝 A seguito della recente scelta della Svezia di fare retromarcia sul digitale nelle scuole, ringrazio il quotidiano Libero per aver accolto e pubblicato il mio articolo, in cui affronto questa importante questione da una prospettiva neuropedagogica.
Grata per questa opportunità di contribuire al dibattito educativo, vi incollo di seguito il testo per una più agevole lettura.
“La recente decisione della Svezia di fare retromarcia sull’utilizzo degli strumenti digitali nelle scuole, tornando a privilegiare i libri cartacei, ha riacceso un dibattito che va ben oltre la tecnologia. Non si tratta di una decisione nostalgica, ma di una scelta che trova le sue basi negli studi neuroscientifici applicati all’ambito pedagogico.
L’esaltazione per il digitale in ambito educativo degli ultimi anni ha ignorato la consapevolezza sui processi di apprendimento e sul funzionamento del cervello. Le scuole hanno investito sempre di più su tablet e schermi che sono stati introdotti precocemente, con l’idea che familiarizzare con la tecnologia fosse un vantaggio per stare al passo con le richieste della società contemporanea. Gli studi mostrano un dato sempre più chiaro: l’eccesso di digitale nei primi anni di scolarizzazione può ostacolare lo sviluppo di competenze fondamentali.
Per comprendere il senso della scelta svedese occorre guardare al funzionamento del cervello negli anni dell’infanzia. Come impara a leggere e a scrivere un bambino? Occorre far riferimento ad una chiave di lettura evolutiva: il passaggio dall’oralità alla scrittura, come magistralmente ci illustra l’antropologo Walter Ong, si basa su millenni di storia e ha trasformato progressivamente il pensiero, riorganizzando i circuiti cerebrali, per giungere lentamente alla capacità di astrazione. A ciò si affianca il contributo delle neuroscienze che, attraverso gli studi del neuroscienziato Stanislas Dehaene, ci dicono che la lettura non è una capacità innata: essa si costruisce attraverso un processo di “riciclaggio neuronale” in cui neuroni visivi, originariamente deputati al riconoscimento degli oggetti, vengono progressivamente riorganizzati per riconoscere lettere e parole.
Ciò che è avvenuto nella storia dell’umanità si ripete oggi, in forma accelerata, in ogni bambino che impara a leggere e scrivere e che ripercorre, in un paio d’anni, un’acquisizione che la specie umana ha costruito lentamente nel tempo.
Questo processo evolutivo è delicato e richiede tempo, gradualità e soprattutto esperienza concreta non mediata dalla realtà virtuale. Gesto, movimento e coordinazione oculo-manuale sono le premesse per l’approccio alla letto-scrittura e per la costruzione del pensiero simbolico. Il bambino deve allenare tutti quei circuiti cerebrali che gli permettono di abitare la realtà e solo successivamente, nel passaggio da oralità a scrittura, metterà in relazione il segno grafico con il suono, attraverso un’attività che coinvolge simultaneamente percezione visiva e uditiva, linguaggio e motricità, governando il gesto per dare forma scritta alle parole.
In questo quadro, il libro cartaceo e la scrittura a mano offrono un’esperienza motoria e cognitiva insostituibile e adeguata alla lentezza di cui il cervello umano necessita. La pagina da toccare e sfogliare, la possibilità di tenere il segno sulla pagina scorrendo con il dito sul rigo, offrono una stabilità spaziale che aiuta il cervello a orientarsi, a trasformare i concetti topologici in concetti topografici, a costruire mappe mentali e a sviluppare memoria. Lo schermo riduce esponenzialmente il contributo motorio, non offre al cervello le condizioni per creare quelle connessioni neurali su cui strutturare i futuri apprendimenti cognitivi, tende a frammentare l’attenzione, e a ridurre la capacità mnemonica. E sul piano emotivo riduce la capacità di reggere le frustrazioni con un conseguente aumento dell’ansia.
Le neuroscienze hanno ormai superato ogni visione dualistica: mente e corpo non sono separati, e costituiscono un sistema integrato. Come evidenziato da Maria Montessori, che potremmo definire la prima neuropedagogista della storia, il bambino “pensa con le mani”. La scrittura a mano non è un semplice esercizio grafico: implica pianificazione motoria, controllo attentivo, coordinazione e attivazione di circuiti neurali complessi. La grafia è anche il luogo in cui l’emotività del bambino si manifesta e si rende leggibile.
Sostituirla troppo presto con la digitalizzazione significa impoverire questo processo: si indebolisce la memoria ortografica, si riduce la capacità di organizzare il pensiero in modo sequenziale e si compromette quella lentezza operativa che favorisce la riflessione e la comprensione profonda del testo. Inoltre, viene meno l’integrazione tra percezione, azione e rappresentazione mentale che è alla base di un apprendimento stabile e duraturo.
La scelta della Svezia appare quindi come un atto di profonda responsabilità educativa: riportare al centro strumenti coerenti con il funzionamento del cervello in sviluppo. La scuola, in fondo dà forma al cervello attraverso la qualità delle esperienze proposte. Le neuroscienze ci mostrano che la plasticità neuronale rende il cervello dei bambini estremamente sensibile agli stimoli ambientali: ciò che proponiamo nei primi anni di vita lascia tracce profonde e durature.
Il libro cartaceo e la matita dunque sono dispositivi cognitivi complessi e tornare ad essi è fare ritorno a ciò che è funzionale ed efficace all’apprendimento.
Ed è proprio qui che si apre una riflessione più ampia. Spesso tendiamo a identificare la tecnologia con progresso ed evoluzione. Ma lo sviluppo umano non segue le logiche di mercato: segue le leggi biologiche del cervello. Ignorarle significa rischiare un’involuzione mascherata da innovazione. Il dibattito acceso in Svezia – tra chi teme che ridurre il digitale possa compromettere la competitività futura e chi sottolinea i rischi cognitivi dell’iperstimolazione tecnologica – mette in luce proprio questo nodo: non tutto ciò che è disponibile è automaticamente educativo. Preparare i bambini al futuro non significa anticipare strumenti, ma costruire competenze solide che contemplino e rispettino tutte le dimensioni dell’essere umano. Nessuna competenza digitale può essere strumento di valore se non si basa su solide radici di pensiero critico e consapevolezza emotiva.
La scelta della Svezia ci sta mettendo di fronte ad una profonda domanda di senso pedagogico: come apprendono i bambini di oggi?
E la risposta, ora più che mai, sembra passare ancora una volta da un baccello di fagioli da sgranare e da una pagina da sfogliare.
Laura Mazzarelli
Pedagogista specializzata in neuropedagogia presso il Centro Psicopedagogico Formazione Studi e Ricerche OIDA
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