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19/09/2018

Le scoutisme laïque vient de perdre un grand chef. Abdoulaye Sene. Éclaireur du Sénégal, ancien membre du Bureau Mondial de l'OMMS - Région Afrique. Il a toujours milité pour un scoutisme de qualité, engagé dans la société. Ces qualités humaines, ses valeurs humanistes et ses compétences ont marqué des générations de responsables. Les EEDF présentent leurs sincères condoléances à toute la famille Sene aux EEDS.

27/08/2018

So che stai leggendo questa poesia
tardi, prima di lasciare il tuo ufficio
con l’unico lampione giallo e una finestra che rabbuia
nella spossatezza di un edificio dissolto nella quiete
quando l’ora di punta è da molto passata. So che stai leggendo
questa poesia in piedi, in una libreria lontano dall’oceano
in un giorno grigio agli inizi della primavera, deboli fiocchi sospinti
attraverso gli immensi spazi delle pianure intorno a te.
So che stai leggendo questa poesia
in una stanza in cui è accaduto troppo per poterlo sopportare,
spirali di lenzuola ristagnano sul letto
e la valigia aperta parla di fuga
ma non puoi andartene ora. So che stai leggendo questa poesia
mentre il metrò rallenta la corsa, prima di lanciarti su per le scale
verso un amore diverso
che la vita non ti ha mai concesso.
So che stai leggendo questa poesia alla luce
della televisione, dove scorrono sussulti di immagini mute,
mentre aspetti le ultime notizie sull’intifada.
So che stai leggendo questa poesia in una sala d’aspetto
di occhi incontrati che non si incontrano, di identità con estranei.
So che stai leggendo questa poesia sotto il neon
nella noia stanca dei giovani che sono esclusi,
che si escludono, troppo presto. So
che stai leggendo questa poesia con la tua vista indebolita:
le tue lenti spesse dilatano le lettere oltre ogni significato e tuttavia continui a leggere
perché anche l’alfabeto è prezioso.
So che stai leggendo questa poesia in cucina,
mentre riscaldi il latte, con un bambino che ti piange sulla spalla e un libro in mano,
perché la vita è breve e anche tu hai sete.
So che stai leggendo questa poesia che non è nella tua lingua:
di alcune parole non conosci il significato, mentre altre ti fanno continuare a leggere
e io voglio sapere quali sono.
So che stai leggendo questa poesia in attesa di udire qualcosa, divisa tra amarezza e speranza,
per poi tornare ai compiti che non puoi rifiutare.
So che stai leggendo questa poesia perché non c’è altro da leggere,
lì dove sei approdata, nuda come sei.
Adrienne Rich

Un polpo bollito alla perfezione è un processo che parte fin dall’acquisto: imparare a riconoscerne le varietà più buone...
09/08/2018

Un polpo bollito alla perfezione è un processo che parte fin dall’acquisto: imparare a riconoscerne le varietà più buone è d’obbligo. Nel Mediterraneo le specie di questo prelibato mollusco sono:
Polpo di scoglio (Octopus vulgaris) più pregiato e soprattutto più adatto alla lessatura, si riconosce dalla doppia fila di ventose sui tentacoli e dalle dimensioni maggiori.
Moscardino detto anche polpo di sabbia (Eledone moschata) più piccolo e meno idoneo ad essere bollito, ma più adatto a ricette che prevedono cotture in tegame o fritture, si presenta con una sola fila di ventose.
Polpessa (Octopus macropus) che non è la femmina dell’Octopus vulgaris, ma appartiene a un’altra specie, molto meno pregiata, ed ha tentacoli più sottili e lunghi, due più degli altri, inoltre possiede un colore rossastro con puntini bianchi.
Al momento dell’acquisto per essere certi di comprare un buon prodotto, dopo aver controllato le file di ventose, accertatevi che il polpo presenti anche queste caratteristiche:
colore intenso: i polpi veraci hanno un colore forte, non “sbiadito” ma tendente al rosso
consistenza soda: la rigidità delle fibre è indice di freschezza, mentre è decisamente da evitare un polpo dalla carne flaccida, indice di un mollusco ormai vecchio
arricciatura dei tentacoli: i tentacoli arricciati sono sinonimi di polpi vecchi o decongelati, mentre quelli freschi li hanno distesi.

SB****RE IL POLPO: A COSA SERVE?

Lo avete mai visto fare nelle pescherie vicino al mare? O anche solo in un film: il pescatore morde il polpo in testa e poi lo sbatte sullo scoglio.
Del polpo si apprezza, oltre che il gusto prelibato, anche la tenerezza delle sue carni che però, per diventare così, hanno bisogno di qualche accortezza preliminare: sb****re il polpo è il trucco per rendere tenera la carne, perché consente di rompere le fibre del mollusco, molto tenaci. Ma questa operazione ha senso solo se fatto subito dopo aver pescato il mollusco, dopo non serve più. Quindi riponete pure via il vostro batticarne e, per ovviare, potete mettere il polpo in freezer per una notte. Infatti, è composto circa all’80% di acqua, che congelandosi si gonfierà e romperà le fibre. Il congelamento ha quindi l’effetto di distendere le fibre, una volta fatto scongelare in modo naturale.
LA LEGGENDA DEI TAPPI DI SUGHERO

Nel meridione il polpo è un piatto che si può facilmente trovare per strada, cucinato a regola d’arte in grossi pentoloni, da venditori ambulanti. Molti notano che nel pentolone oltre ai polpi sono contenuti anche moltissimi tappi di sughero, da qui molti hanno costruito la credenza che per la buona riuscita del polpo bollito bisogna inserire dei tappi di sughero nella pentola. Si tratta, ovviamente, solo di una leggenda presto smascherata: i venditori ambulanti cucinano moltissimi polpi tutti insieme in enormi pentole profonde, una volta cotti, i polpi sono lasciati ad ammorbidire nella loro acqua di cottura, precipitano nel fondo del pentolone. Per recuperarli facilmente, senza immergere il braccio fino al gomito, il poliparo li lega a un tappo di sughero che rimane a galla e gli consente di tirarli su facilmente.
BOLLIRE IL POLPO: ECCO COME FARLO ALLA PERFEZIONE

Ora che abbiamo capito i trucchi per riconoscere come acquistare un buon polpo fresco, vediamo quali sono i passaggi per una perfetta cottura.
insalata di polpo
La pentola di coccio: la tradizione vuole che il polpo sia bollito nella classica pentola di coccio, ma qualora dovesse mancare si può usare tranquillamente una pentola d’acciaio. Generalmente la si riempie di acqua fino a ¾ e la si sala con parsimonia dopo il bollore.
Immersione graduale dei tentacoli: altra accortezza che garantirà di bollire il polpo alla perfezione ottenendo una carne tenerissima, è quella di prenderlo per la testa e tuffare i tentacoli nell’acqua bollente, poi sollevarlo e ripetere l’operazione un paio di volte prima di immergerlo completamente. Questo passaggio serve a fare arricciare i tentacoli.
Sobbollire non bollire: la bollitura è uno stato poco controllabile e con fortissimi rischi di rottura della pelle, mentre una cottura lunga rende il polpo gommoso e fibroso perché porta allo scioglimento della carne. L’acqua di cottura dovrà invece sobbollire, non bollire, per cui va tenuta sempre al minimo la fiamma .
Tempi di cottura: per essere tenero e mantenere la pelle intatta, il polpo deve essere cotto in una pentola con molta acqua per 15 minuti. Non appena trascorso questo tempo basterà spegnere il fuoco lasciando a mollo il polpo e chiudendo con un coperchio, facendolo raffreddare nella sua stessa acqua.
Dopo avervi dato consigli su come bollire il polpo alla perfezione, non rimane che sperimentare le ricette che preferite: vi piace mangiarlo freddo o a temperatura ambiente? Nel meridione, è usuale consumare il polpo tiepido e non freddo: dopo la cottura viene subito tolto dalla pentola, tagliato a tocchetti e servito nature, con pepe nero macinato al momento o con olio extravergine di oliva, limone e pepe. È anche possibile servirlo in insalata, accompagnato con olive verdi e sedano.
Dovunque voi lo consumiate, il polpo è uno di quei prodotti talmente perfetti da poter essere gustati al naturale e senza neanche una spezia, ma se siete amanti dei sapori mediterranei non potete non provarlo nella sua ricetta forse più famosa: il polpo alla Luciana.

La consuetudine, di prendere l’acqua di mare e di usarla per lavare il pesce, appena pescato, sembra appartenesse antica...
08/08/2018

La consuetudine, di prendere l’acqua di mare e di usarla per lavare il pesce, appena pescato, sembra appartenesse anticamente ai pescatori ed è tuttora largamente diffusa, soprattutto nei paesi bagnati dal mare e, in particolare, in quelli del meridione, così, come pure, sembra essere tornata prepotentemente alla ribalta, l’abitudine, pure piuttosto antica, di usare l’acqua di mare, persino, per cucinare.

Sono, infatti, davvero numerosi gli chef, che la usano per la preparazione dei loro piatti, viste le spiccate proprietà, possedute dall’acqua di mare, di dare sapore agli ingredienti, ricca com’è di preziosi minerali, tra i quali il potassio, normalmente assente proprio nel comune sale da cucina, come ho spiegato dettagliatamente qui.
Cuciniamo, allora, questi gustosi spaghetti, usando, come condimento, soltanto aglio, prezzemolo, peperoncino e, naturalmente l’acqua di mare, così meravigliosamente descritta nelle pagine di Gaetano Afeltra.

“… ad Amalfi essa era il nostro cibo. Da ragazzi prima e da giovanotti poi ci siamo nutriti di mare. Alla spiaggia intingevamo il tarallo nell’acqua salsa. Bagnato diventava morbido e saporito. Aspettavamo l’onda e allungavamo la mano. […] Più tardi, al buio, per non farsi vedere, arrivavano le donne a riempire le piccole anfore di terracotta. Entravano in acqua a piedi scalzi, si attorcigliavano la gonna sopra le ginocchia e immergevano la brocca che si riempiva con un rapido gorgoglìo. […] L’importante era che in casa non mancasse mai l’acqua di mare”.

Un ingrediente, insomma, perso e ritrovato, in grado, di dare a questo nostro piatto un profumo e un sapore assolutamente caratteristici e pari soltanto al classico spaghetto con le vongole, del quale rivela tutto il gusto, nonostante l’assenza dei frutti di mare, scappati e sostituiti e del quale una prima versione, pare sia stata fornita da Eduardo De Filippo e realizzata con una manciata di pietre, raccolte sulla spiaggia, che pure dell’acqua di mare conservavano, intatto, tutto il sapore.

07/08/2018

Da dove nasce la festività di Ferragosto? E, soprattutto, perché si chiama così? Ce lo siamo chiesti tutti, almeno una volta nella vita, e se oggi, complice Google, scoprire l’origine della festa è piuttosto semplice, fino a una paio di decenni fa il dubbio era di difficile soluzione. Cominciamo dall’origine etimologica del nome: Ferragosto deriva dalla festività romana Feriae Augusti (riposo di Augusto), istituita dall’imperatore Augusto (appunto) nel 18 a.C. Si trattava, in buona sostanza, di un periodo di riposo e celebrazioni successivi ai Consalia, le feste di fine lavoro agricolo, e i giorni delle Feriae Augusti servivano proprio a riprendersi dalle fatiche dei campi. I braccianti si recavano dai “padroni” per gli auguri, ricevendo in cambio una mancia. Una festa pagana, dunque, che come spesso è capitato nel corso della storia (basti pensare alla Pasqua o al Natale) è poi stata assimilata dalla Chiesa Cattolica, spostando solo la data al primo al 15 agosto, per farla coincidere con l’Assunzione di Maria.

La gita fuori porta di Ferragosto, invece, ha origini molto più recenti e sorprendenti. Se molti di voi oggi sono in spiaggia, in montagna, al lago o al fiume, in giro per il mondo, il “merito” è del regime fascista, visto che a partire dalla seconda metà degli anni Venti, il Fascismo organizzava i “Treni popolari di Ferragosto”, convogli a prezzi stracciati che portavano gli italiani in giro per il Belpaese. Un’offerta valida solo per il 13, il 14 e il 15 agosto in due varianti: “Gita di un sol giorno” (raggio di 50-100 km) e “Gita dei tre giorni” (100-200 km). E fu una delle prime volte nella storia dell’Italia moderna che gli italiani avevano la possibilità, a prezzi ridotti rispetto al normale, di visitare spiagge, monti e città che difficilmente avrebbero visitato.

Non a caso, infatti, il Ferragosto è una festività esclusivamente italiana, visto che in giro per il mondo il 15 agosto è un giorno come tutti gli altri. Eccezion fatta per la cattolica Irlanda, che però celebra la giornata di oggi per la festa dell’Assunzione di Maria, non certo perché un imperatore romano, più di duemila anni fa, aveva ideato una festività propagandistica o perché duemila anni dopo un suo fallimentare emulo aveva deciso di mandare in “vacanza” gli italiani.

21/07/2018

In questo Paese c’è sempre il sospetto che dietro lo studio e la preparazione si nasconda un teorico parolaio quasi che la... strada... sia la principale maestra di vita. Se tieni gli occhi e le orecchie aperte sin da bambino, frequenti scuole pubbliche con compagni di ambienti varii, con esperienze familiari differenziate, se frequenti amici con lo stesso criterio, senza limitarti a circoli ristretti cresci scambiando notizie ed idee, facendo tesoro di molti insegnamenti. L’ho fatto ascoltando con interesse i racconti dei genitori dei miei compagni di scuola e di quelli dei miei amici e degli amici dei miei genitori. Ho scelto un percorso di studio e formazione continuando ad assorbire esperienze altrui diversissime. Ho imparato molto da tutti senza la pretesa di rubare il mestiere ma cercando di capire gli sforzi che tutti fanno per vivere e sopravvivere. Mio padre mi portava ovunque con se’ ed io ho fatto lo stesso coi miei figli che sanno in cosa consista il lavoro di un ingegnere come di un gommista o di un assicuratore o benzinaio o salumiere sin sa piccoli. Più leggi e più studi e meno rischi di essere miseramente classista e borghesuccio ma soprattutto più impari ad apprezzare tutte le competenze. Ho frequentato molto i miei tecnici ed ausiliarii con i quali ho festeggiato laurea, specializzazione e persino addio al celibato ubriacandomi con loro alla trattoria Le Travi a Bari vecchia. Ho giocato a patrune e sotte, ma anche a bridge. Parlo il mio dialetto correntemente quasi come l’italianno ed ancora oggi chiedo conforto a Felice Giovine. Parlo un discreto inglese e me la cavo col tedesco il francese e lo spagnolo a livello essenziale turistico, ma sono amico ricambiato di professori universitari come del mio fruttivendolo o pescivendolo o del mio meccanico o gommista. Nessuno può dire che io sia un radical chic o un intollerante tranne per una cosa: l’ignoranza colpevole. Chi resta ignorante pur avendo la possibilità di studiare, per pigrizia, chi considera gli studiosi dei cazzari perché lui per primo non ha voluto farne parte, chi considera lo studio o la preparazione in qualunque ruolo, (perché bisogna studiare molto per fare l’elettrauto, bisogna essere prepararsi per fare il cuoco o il chitarrista e per qualunque mestiere) qualcosa di superfluo che si possa aggirare con intelligenza e fantasia è un id**ta! In nessun posto al mondo tranne l’Italia si erge l’ignoranza a super valore quasi fosse una garanzia di onesta’, come se essere docente universitario o avvocato fosse qualcosa di sospetto, come se lo studio servisse a prendere in giro il popolo. Questa idea da re degli ignoranti fa presa sui sentimenti di frustrazione diffusi ma è criminale sostenerla per ottenere potere. L’esempio è Boeri il cui curriculum è sospetto è le cui affermazioni sono considerate scorrette perche sgradite e provenienti da un... professorone... come.. quelli che ci hanno rovinato... Monti e compagni... una visione della politica e della vita che porterà il Paese al disastro. Non se ne può più degli ignoranti per scelta. Domani mi apro un’officina e faccio analizzare uno dei miei nevi al bibitaro dello stadio. Se si rifiuta gli dirò che è un co****ne perché la strada non gli ha insegnato niente...
Da Nino Lastilla

21/07/2018

Tradire il popolo
per un faro

Cinzia Leone

Il salto dai boyscout alla politica per me avvenne in modo indolore. Era facile in quegli anni fin troppo collettivi e pronti alle utopie. A convincere mia madre a mandarmi in campeggio a Capraia fu Giovanni, il figlio della sua migliore amica.
Delle Guardie rosse e di Servire il popolo non sapevo nulla e facevo confusione tra Mao e Baden-Powell, ma quella con Giovanni e i suoi amici sarebbe stata la mia prima vacanza senza i genitori.
«Di un ragazzo che cita Shakespeare ci si può fidare, sarà una settimana di studio e lavoro: un kibbutz o qualcosa di simile, no?», sentenziò mia madre.
Era una donna audace e, anche se in Israele non c'era mai stata, le sarebbe piaciuto andarci.
Acconsentì.

Non dovetti convincerla a farmi salire sul trampolino, ma il tuffo fu io a farlo. Sul battello da Livorno a Capraia annegai nell'azzurro e nei proclami. Sul ponte di poppa, seduti a cerchio, i miei compagni di viaggio avevano già imbastito un processo a quelli rimasti a casa: uno perché giocava a tennis, un altro perché nascondeva sentimenti borghesi, l'ultima perché aveva preso una sbandata per un uomo sposato. Per ciascuno una espulsione, da ciascuno un'abiura.

Giovanni mi guardava di sottecchi. Ci conoscevamo da sempre, forse mi amava, di certo mi considerava una cosa sua. Quanto a me, dell'amore avevo conosciuto i baci incerti di un ragazzo della squadriglia delle Volpi che suonava la chitarra al campo scout e gli agguati in corridoio di quello dell'ultimo banco a cui avevo allungato una sberla.

Ma quel viaggio mi aveva reso audace e sul ponte spazzato dal vento avevo attaccato discorso con un ragazzo con le spalle da nuotatore. Si chiamava Marco, sbarcava a Capraia ed era diretto al Faro. Aveva i capelli lunghi raccolti in un codino, fischiettava una canzone dei Rolling Stones e mi raccontò che per pagarsi la vacanza aveva fatto il bagnino a Riccione.
«Mi viene facile salvare la gente» aveva concluso appoggiando le spalle al suo zaino da povero pieno di adesivi e spillette che contrastava con il mio nuovo di zecca.

Le tende piantate in cima alla scogliera furono da subito affollate di comizi e di regole maoiste. C'erano turni per tutto: per lavare i piatti, per l'acqua e perfino per nuotare.

Il terzo giorno mi svegliai subito prima del sorgere del sole e sgusciai fuori dalla tenda. Un'alba somiglia a un tramonto ma, come la giovinezza, è acerba e perfetta. Accesi il fornelletto a gas, preparai il caffè e lo sorseggiai su una roccia di fronte al mare. Si intravedeva la Corsica, l'aria profumava di mirto e c'era il tempo di fare un bagno da sola.
Fu solo il primo di una serie di errori.
Mi immersi lentamente nell'acqua fredda e frizzante, nuotai a crawl fino a uno scoglio, ripresi fiato, tornai a dorso e risalii grondante gli ottanta gradini di roccia che si arrampicavano su per la scogliera.

Li trovai seduti in cerchio attorno, nessuno mi guardò in faccia. Fu proprio Giovanni ad iniziare. «Hai infranto le regole con atteggiamento individualista e borghese. Abbiamo messo ai voti la punizione: laverai i piatti per tre giorni. Comincerai subito con quelli di ieri sera. E ti tocca anche la spesa in paese. Ecco la lista».

Dei ragazzi in un'isola incantata avrebbero dovuto avere altri sguardi da quelli fanatici dei miei giudici.
La rivoluzione, di cui non facevano che parlare, era funerea e punitiva e non colorata come quella che sognavo.
A parte Giovanni, gli altri li conoscevo solo da due giorni, ma già mi facevano paura.
«Più delle erbacce puzzano i gigli marciti» sibilò Giovanni passandomi la lista.
«Di sicuro è Shakespeare, il tuo Mao non avrebbe detto una cosa così poetica» gli ringhiai contro imboccando la via per il paese con lo zaino vuoto sulle spalle.

Per arrivare in paese ci misi due ore. Dopo aver riempito lo zaino di provviste, stavo infilando gli spallacci per tornare dai miei accusatori quando improvvisamente lo sentii troppo leggero.
«È pesante, lascia fare a me».
Marco portò lo zaino fino a capo Sorrentino. Scherzava, rideva, e a metà strada tirò fuori dalla tasca due pere estive, di quelle verdi e dure che si mangiano solo a vent'anni. Le sgranocchiammo camminando.
«Hai piantato la tenda al Faro?».
«Tenda? Ho solo il sacco a pelo».
«È scomodo?».
«Ma pieno di stelle…».

Tornare con uno sconosciuto accese la miccia. Ma il processo iniziò solo quando Marco fu un puntolino in fondo allo stradello.
«Noi siamo pionieri della rivoluzione temprati al fuoco della lotta di classe. Noi serviamo il popolo, non ci facciamo portare lo zaino da uno sconosciuto».
«L'avevo conosciuto in battello…».
«Chiunque sfrutta e si arricchisce da parassita sul lavoro degli altri uomini commette reato».
«Reato?».
«Abbiamo sbagliato a portarti con noi. Non sei rieducabile» concluse Giovanni.

Presi la decisione a notte fonda. Arrotolai il sacco a pelo e il materassino, li agganciai allo zaino e me ne andai. Era una notte senza luna e avevo paura di perdermi, ma quando vidi lampeggiare il faro capii che ce l'avevo fatta. Lui era nel sacco a pelo a guardare le stelle.
«Sei scappata?».
«Io ho in testa i Beatles, loro le Guardie Rosse».
«Queste Guardie Rosse non le conosco, e per me i Rolling Stones sono meglio dei Beatles».
«Cosa dici? Pensa a Hey Jude…».
«Hey Jude è una lagna, vuoi mettere Satisfaction!».
La luce intermittente del faro illuminò baci e carezze. E poco più. Lui mi insegnò a nuotare a rana, a tuffarmi di testa e qualche altra cosa. I bozzoli dei sacchi a pelo furono un morbido argine, il lampo del Faro fu la luce di scena di un desiderio acerbo.

Rimasi con lui fino al giorno della partenza. Quando mi accompagnò al molo li vidi tutti in fila sulla passerella, Giovanni furente di gelosia.
«Grazie» sussurrai a Marco baciandogli il collo vicino all'orecchio.
«Mi viene facile salvare la gente. Quelli sono una setta, dimenticali. Ci sono molti modi di cambiare il mondo, trova il tuo».

Non rividi più Giovanni. Seppi in seguito che aveva abbandonato Servire il popolo ed era diventato professore di Storia moderna. Marco lo rincontrai a Rimini, aveva uno stabilimento balneare, una bella moglie e una nidiata di bambini. Quelli erano anni veloci. Presto Woodstock diventò preistoria, Mao un gadget pop e Paul Mc Cartney cominciò a non assomigliare più nemmeno alla più sfocata delle sue foto.
Io diedi retta al mio bel nuotatore: dimenticai quelle Guardie Rosse, scoprii il movimento studentesco, Marcuse, Philip Roth e il fumetto.
Quelli sì che mi sono serviti.

21/07/2018

Le mie 25 ore settimanali
di tempo speciale

Rossella Tercatin

«Il Settimo Giorno è come un palazzo nel tempo con un regno per tutti. Non è una data ma un'atmosfera».
Questa immaginifica descrizione contenuta nel volume «Il Sabato» di Abraham Joshua Heschel (in Italia pubblicato da Garzanti) racconta tantissimo di cosa rappresenti per me lo Shabbat. Ovvero un'esperienza temporale e spaziale che, come ebrea italiana a cui sta a cuore l'Halakhah, la legge ebraica, ho la fortuna di vivere come parte essenziale della mia settimana.
In Israele, dove oggi risiedo insieme a mio marito, il venerdì segna l'inizio del weekend ed è anche il giorno in cui preparare tutto il necessario per l'indomani - cibo soprattutto - prima che arrivi il tramonto (d'inverno già alle quattro) e l'attività si debba interrompere.

Tradizionalmente, per salutare l'entrata di Shabbat si accendono le candele. Pochi secondi prima, però, c'è un altro momento per me quasi altrettanto significativo: quello in cui spengo il computer e il cellulare.
Se durante la settimana raramente passo mezz'ora senza controllare emailWhatsappchiamatenotizieFacebookappvarie, chiudere tutto segna una differenza enorme tra il tempo normale e il tempo speciale o, per dirla secondo i termini liturgici, tra il sacro e il profano.

Fra le proibizioni previste durante lo Shabbat c'è infatti l'uso attivo dell'energia elettrica (luci e tutto ciò che serve vengono collegate a timer per accendersi e spegnersi al momento giusto, gli interruttori non si toccano); poi non si può cucinare, accendere il fuoco, non si maneggia denaro, non si scrive, non si usano mezzi di trasporto, non si telefona.

La logica di fondo è astenersi da tutte le attività connesse alla costruzione del Santuario durante le peregrinazioni del popolo ebraico nel deserto dopo l'uscita dall'Egitto. Nei secoli a ve**re, i sapienti hanno reinterpretato e aggiornato il catalogo alla luce dello sviluppo dell'umanità, fino al nostro XXI secolo social.

Di solito a colpire chi non vive Shabbat secondo le prescrizioni - e fra questi, è importante ricordarlo onde evitare generalizzazioni, ci sono tantissimi ebrei - è il lungo elenco di «non si fa».
Per me, il cuore della giornata è ciò che rimane: un momento in cui essere completamente presenti alla situazione in cui ci si trova e alle persone con cui si condivide; non muoversi in punta di piedi schivando le proibizioni, ma piuttosto ballare un valzer dalle regole precise, con una musica unica che ti porta con sé.

Così rimaniamo a tavola per ore, gustando i cibi particolarmente prelibati che si preparano appunto lekavod Shabbat, per onorare il Sabato; dai miei suoceri, che vivono a pochi minuti da noi, le portate sono sempre almeno tre e i piatti sporchi di ciascuna si lavano prima di servire la seguente, facendo a turno a insaponare, risciacquare, asciugare e rilassarsi sul divano. Godere della reciproca compagnia tra amici e parenti è infatti una delle magie del Giorno del Riposo, tempo di vita sociale per tutte le età e condizioni, che spazia da cene a basso costo e alto livello alcolico per i giovani, a pasti in famiglia serviti in preziosi servizi di porcellana.

Oltre a mangiare e chiacchierare, tipico di Shabbat è leggere, passeggiare, riposare - insieme a studiare e pregare - ricaricando le batterie un po' come per altri succede durante una camminata in montagna, oppure una vacanza in un luogo esotico. E fa sorridere in molti il fatto che tra le attività che fanno parte dell'oneg Shabbat, il piacere del Sabato, c'è anche, esplicitamente citato per esempio dal grande Maimonide, il sesso (almeno per le coppie sposate).

Tanti mi chiedono come si faccia a conciliare la disconnessione e il lavoro. La risposta sincera è che non è sempre facile: nel mio caso è stato un mix tra la fortuna di trovare capi e colleghi comprensivi, il tentativo di compensare le 25 ore di vuoto con un particolare impegno negli altri giorni, alcune rinunce. Devo anche ammettere che scelte e coincidenze di vita personale e professionale mi hanno portato a vivere oggi in un Paese costruito in modo che lo Shabbat si possa osservare, mentre altri hanno dovuto o devono affrontare situazioni più complesse.

Dopo 25 ore, Shabbat finisce.
Il crepuscolo del sabato è un tempo di nostalgia, forse l'antenato vivente del grigio da lunedì mattina. Naturalmente la prima cosa che faccio, quando si fa buio, è accendere il cellulare e controllare emailWhatsappchiamatenotizieFacebookappvarie. Con un po' di apprensione per tutto quello che mi posso essere persa, ma le batterie cariche di un'energia speciale. Che secondo me alla fine regala una marcia in più.

28/06/2018
28/06/2018

IL DONO e' :
Il bisogno di cedere qualcosa
la volontà di tenerla
La rabbia di doverla lasciare

28/06/2018

Ho ricevuto un DONO da una ROSA
Il sorriso
Cipria al vento
Senza rito

Indirizzo

Piazza Garibaldi 59
Bari
70122

Telefono

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