16/04/2026
Byung-Chul Han, filosofo sudcoreano formatosi in Germania, non fa sconti: non siamo più liberi, siamo più consumabili. Le cose non devono durare, devono circolare; il loro valore non sta più in ciò che sono, ma in quanto si mostrano, in quanto funzionano come immagini. Non compri un oggetto, compri la sua estetica, la sua condivisibilità, il suo effetto immediato. E quando il mondo diventa superficie, anche le relazioni si adeguano, niente peso, niente attrito, niente durata. Han lo dice chiaramente: "l’Erfahrung", l’esperienza che trasforma, viene sostituita "dall’Erlebnis", una sequenza di vissuti rapidi, intensi quanto basta per non lasciare traccia. Il legame diventa un problema, perché rallenta, vincola, espone. Così chiamiamo libertà ciò che in realtà è solo disponibilità permanente: poter sempre scegliere altro, purché non significhi mai restare. Ma qui non è in gioco solo il consumo. Il punto è che la cultura nasce dalla comunità, da ciò che si condivide nel tempo e che non ha prezzo. Quando cultura e commercio diventano la stessa cosa, quella origine si rompe, più la cultura si fa merce, più si allontana dalla comunità che l’ha generata. Non è un semplice cambiamento, è una perdita di sostanza. Perché ciò che viene venduto deve essere leggero, accessibile, continuamente sostituibile e la comunità non lo è. La commercializzazione della cultura non la diffonde: la svuota. E quando tutto diventa merce, la comunità non si trasforma. Smette di esistere.✨